AN ANTHOLOGY OF THOUGHT & EMOTION... Un'antologia di pensieri & emozioni

UMBERTO ECO SE NE VA CON L'ORNITORINCO...

"Umberto Eco è morto. Il mondo perde uno dei suoi più importanti uomini di cultura contemporanei e a tutti noi mancherà il suo sguardo sul mondo. Aveva 84 anni, è stato scrittore, filosofo, grande osservatore ed esperto di comunicazione e media. La conferma della scomparsa dell'autore de Il nome della Rosa e de Il pendolo di Foucault è stata data dalla famiglia a Repubblica. La morte è avvenuta alle 22.30 di ieri sera [19 febbraio 2016] nella sua abitazione di Milano.
~La Repubblica, 20/02/2016

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Si riporta qui appresso una recensione critica di Achille Varzi sull'opera di Umberto Eco, Kant e l’ornitorinco (1997)...

Il nome della cosa

di Achille Varzi

(Umberto Eco, Kant e l’ornitorinco, Milano, Bompiani, settembre 1997)


Esperimento mentale: siete Immanuel Kant, vi trovate in Australia, e ve ne state andando a passeggio. A un tratto scorgete una strana bestiola in riva al lago. Ha gli occhi di una talpa, ma sarà grande dieci volte tanto. Ha il becco di un’anatra, ma non ha le ali; e non ha piume bensì una fitta pelliccia che la fa assomigliare semmai a una lontra. La coda poi sembra quella di un castoro; e le zampe hanno dita palmate, ma con artigli. Insomma, è proprio uno strano animale (ammesso che sia un animale e non una creatura degli inferi o lo scherzo di un taxidermista) nel quale certamente non vi siete mai imbattuti e di cui sicuramente non aver mai sentito parlare. Domanda: che cosa dunque state vedendo?

Siete incappati in un ornitorinco. Ma attenzione: l’esperimento richiede che vi immedesimiate in Kant, e ai tempi di Kant l’ornitorinco non era ancora stato scoperto. Per meglio dire: non era ancora stato scoperto e classificato dai naturalisti europei, che ci avrebbero impiegato quasi un altro secolo prima di trovargli un posto nell’ordine sui generis dei mammiferi ovipari. Il vecchio Immanuel non ne sapeva nulla, non ne aveva il concetto; quindi voi non potete rispondere che state vedendo un ornitorinco. State vedendo quella cosa lì e basta. Il problema è cosa significhi dire che state vedendo quella cosa dato che non avete la più pallida idea di che cosa stiate vedendo.

È questo, con una certa approssimazione, l’esperimento mentale intorno al quale ruota il nuovo libro di Umberto Eco (annunciato dalla stampa come un’opera destinata ad avvicinare il grande pubblico al dibattito filosofico, ma non per questo facile o superficiale). Il libro esce in contemporanea al volume
di Patrizia Violi, semiologa cresciuta alla scuola dello stesso Eco, che pure muove dall’ipotesi che i procedimenti attraverso cui arriviamo a “dare un nome alle cose” non siano separabili da quelli attraverso cui le pensiamo. E per una coincidenza veramente strana, contemporaneamente a queste due opere esce in America anche il nuovo libro della storica Harriet Ritvo, intitolato The Platypus and the Mermaid (L’ornitorinco e la sirenetta) e dedicato, guarda un po’, proprio ai grattacapi tassonomici posti dalla nostra bestiola e da altri scherzi della natura 1. Ma andiamo con ordine.

Il problema dell’ornitorinco—chiamiamolo così—è innanzitutto un problema filosofico. È il problema di quanto la nostra percezione delle cose che ci stanno intorno dipenda dalle predisposizioni del nostro apparato cognitivo, cioè dalle categorie classificatorie che abbiamo in testa e che in qualche modo regolano il nostro linguaggio. È per questo che Eco tira in ballo Kant. Con la fondazione trascedentale dei giudizi sintetici a priori, Kant si era preoccupato di garantire la conoscenza delle grandi leggi della natura. Però non si era preoccupato più di tanto di spiegare come facciamo a conoscere gli oggetti dell’esperienza quotidiana. Com’è che riconosciamo una pietra come tale, o un gatto come tale? E soprattutto, cosa succede quando ci troviamo dinnanzi a qualcosa di ignoto? In che misura la vostra capacità di percepire quella cosa lì in riva all’acqua dipende dalla vostra capacità di classificarla come una cosa di un certo tipo (per esempio, come un animale di un certo tipo)? In che misura la possibilità di considerare quella molteplicità di tratti come un essere unitario (un animale autonomo, dotato di una propria individualità) dipende dalla vostra capacità di elaborazione concettuale, dai vostri schemi linguistici, dalla vostra cultura? Non un problema da poco. Se dite che non sussiste alcuna relazione di dipendenza, finite con l’aprire un baratro fra voi e il mondo che vi circonda. (Chi vi assicura poi che le cose siano proprio come le pensate voi?) D’altro canto, se insistete sulla dipendenza delle cose dall’intelletto, allora correte il rischio di ricadere in qualche forma di idealismo, o in quell’estremismo ermeneutico che finisce col sostituire i fatti con le interpretazioni. Un bel dilemma, intorno al quale si può dire si sia giocata una buona fetta di storia della filosofia.

Quanto a Kant, la sua posizione era che senza intelletto si va poco lontano: già nella prima Critica si legge che la sintesi su cui si fonda la possibilità della percezione è soggetta alle categorie. Eco la mette così: «il fatto che noi crediamo di conoscere le cose in base alla sola testimonianza dei sensi dipende da un vitium subreptionis: siamo così abituati sin dall’infanzia a cogliere le cose come se esse ci apparissero già date nell’intuizione che non abbiamo mai tematizzato il ruolo svolto dall’intelletto in questo processo [... In realtà] riconoscere una pietra come tale è già giudizio percettivo, un giudizio percettivo è un giudizio, e quindi dipende anch’esso dalla legislazione dell’intelletto» (60-61). È qui però che l’ornitorinco crea problemi. Se avete passato la vita a confutare l’idealismo, sapete benissimo che quella cosa lì c’è. Ve la offre l’intuizione sensibile. Ma come fate a individuarla se vi manca la categoria? Come fate a “congiungere il molteplice”?

Eco ci ricorda che quando gli aztechi videro per la prima volta i cavalli dei conquistadores, li presero per cervi: la categoria non era perfetta, ma si poteva adattare. Potreste fare qualcosa di simile anche voi e classificare quella cosa lì in riva all’acqua fra i castori, per esempio, eventualmente rilassando la definizione del concetto castoro. Potete anche inventarvi un nome nuovo (Ornythorinchus paradoxus, suggeriva un certo Blumenbach). Ma il problema è più profondo. Nel momento in cui classificate quella cosa, in un modo o nell’altro, la selezionate dal resto. Nel momento in cui le date un nome, la individuate. Ma come fate a selezionarla o individuarla in prima istanza? Cosa c’è di speciale in quella cosa lì che la rende meritevole di un nome? Che cos’ha essa che manca ad altre cose che pur si presentano nel vostro campo visivo, per esempio quella “cosa” composta dal becco dell’ornitorinco e dalla pietra su cui esso poggia? Perché quell’altra cosa lì non conta?

È qui che Eco entra in scena. Nel capitolo iniziale del libro Eco si chiede fino a che punto esistano dei limiti alla nostra possibilità di “ritagliare” e organizzare il contenuto dell’esperienza. Se è vero che l’essere si dice in molti modi (Aristotele), se è vero che le prospettive sull’essere sono indefinite (e variano al variare della cultura alla quale apparteniamo, per esempio), si deve forse concludere che una prospettiva vale l’altra? Eco risponde con un enfatico No. Pensiamo pure al mondo che ci sta intorno come a una grande massa, una pasta amorfa da cui “ritagliare” gli oggetti dell’esperienza. Nessuno ci costringe a usare certi stampini piuttosto che altri. E tuttavia non tutti gli stampini sono leciti. Eco riprende da Hjelmslev l’idea che la pasta, il “continuum del contenuto” presenta delle linee di resistenza, dei sensi vietati, delle nervature che rendono più difficile tagliare in una direzione piuttosto che in un’altra. «È come per il bue o il vitello: in civiltà diverse viene tagliato in modi diversi, per cui il nome di certi piatti non è sempre traducibile da una lingua all’altra. Eppure sarebbe molto difficile concepire un taglio che offrisse nello stesso momento l’estremità del muso e della coda» (39). Non ci sono sensi obbligati, ma ci sono sensi vietati. C’è, insomma, uno “zoccolo duro dell’essere” che pone dei limiti al nostro discorso su cio che vi è.

È questa la parola d’ordine di Eco. E su questo “zoccolo duro” Eco costruisce la propria soluzione dialettica al problema dell’ornitorinco. Dinnanzi alla quella cosa in riva all’acqua, il vostro primo tentativo sarà ovviamente di inquadrarlo nel sistema categoriale di cui siete in possesso, di appioppargli un nome che conoscete, come gli aztechi di Montezuma dinnanzi ai cavalli. Se però “l’essere” scalcia e resiste ai vostri tentativi di costringerlo entro quello schema (ha il becco, ma non ha le ali; fa le uova, ma allatta i piccoli), bisognerà riadattare l’impianto categoriale, provando e riprovando se necessario. La dimensione psicologica e sociologica di questi tentativi è di per sé interessante (e qui si può leggere lo studio della Ritvo, o più in generale il bel libro di Scott Atran, Cognitive Foundations of Natural History 2). Ma quel che conta veramente—osserva Eco—è che il tutto dovrà avvenire entro i limiti imposti da quelle linee di tendenza, da quei sensi vietati che si nascondono nel continuum della vostra esperienza. In breve: non arriverete mai a categorizzare aggregati arbitrari (il becco più la pietra) come occorrenze di un qualche tipo; e quanto a quella cosa lì in riva all’acqua, c’è poco da fare: se è un ornitorinco non arriverete mai a categorizzarlo come una libellula, una giraffa, o una balena.

Per la verità qui una complicazione ci sarebbe. Sembra chiaro infatti che si debbano postulare schemi a diversi livelli di generalità: vi sono schemi generici e schemi specifici, ed Eco ci ricorda che «siamo disposti talora a distinguere un soriano da un siamese, talora soltanto un gatto da un cane, o addirittura solo un quadrupede da un bipede» (156). Eco discute una serie di problemi che hanno a che fare, per esempio, col fatto che persone diverse si servono di schemi a livelli diversi. (Eco abbandona ben presto gli obsoleti “schemi” kantiani per sostituirli con quelli che egli designa “tipi cognitivi”, e che forse potremmo anche chiamare schemi mentali se non fosse che Eco vuol tenersi fuori dalla scatola nera delle scienze cognitive). Il guaio secondo me è che non appena riconosciamo l’esistenza di tipi cognitivi di diverso livello non si capisce più bene quale fosse il problema di partenza. Nella sua forma più generale, si trattava di ancorare l’intuizione sensibile a uno schema o tipo cognitivo. Ma a che livello? Se non siamo tenuti a distinguere tra un olmo e un faggio, se è vero che molti distinguono una gallina da un tacchino mentre per il ciurlo e il codirosso riconoscono solo un uccello, come dice Eco (157), perché mai dovremmo farci dei problemi per quella cosa lì in riva all’acqua? Non ci basta dire che è un quadrupede? Se non sappiamo che animale è, non possiamo limitarci a dire che è un animale? E se non siamo neanche sicuri di quello,non ci basta classificarlo come una cosa? Delle due l’una: o la difficoltà è puramente di tipo tassonomico, e allora non serve tirare in ballo Kant (bastano i naturalisti vittoriani, e il discorso si fa zoologico); o la difficoltà è veramente di tipo ontologico, nel senso che ci serve una qualche teoria delle “cose” in generale. In tal caso però mi sembra che il vero problema non sia spiegare perché non si giungerà mai a categorizzare l’ornitorinco come una giraffa o come una balena (che sono pur sempre degli animali). È che bisogna spiegare perché non possiamo categorizzarlo come un ristorante cinese, una partita di baseball, o una radice quadrata.

Sia come sia, la tesi dello “zoccolo duro” è una bella tesi, solida e provocatoria, e farà discutere i filosofi. Tra gli analitici, il puzzle kantiano da cui Eco prende le mosse corrisponde in fondo a una preoccupazione che ha profondamente segnato il dibattito di questi anni, delimitato da un lato dall’attacco di Donald Davidson al “terzo dogma” dell’empirismo, cioè al dualismo schema/contenuto3, e dall’altro dal neo-kantismo di John McDowell, il cui Mind and World 4 costituisce forse la formulazione più limpida e articolata della tesi che le capacità concettuali sono già al lavoro nell’esperienza (anche se il libro non compare tra i riferimenti dell’Ornitorinco). Ma la tesi di Eco è destinata ad avere un forte impatto anche tra gli ermeneutici. Nella misura in cui il nostro apparato concettuale si identifica con quello linguistico, la tesi viene infatti a contrapporsi a quelle forme di relativismo che vedono il mondo come un libro da interpretare a piacere. «Il linguaggio non costruisce l’essere ex novo: lo interroga, trovando sempre e in qualche modo qualcosa di già dato» (40). Lo zoccolo duro dell’essere finisce così col definire quei “limiti dell’interpretazione” che Eco aveva già cercato nel libro omonimo di qualche anno fa 5. C’è un limite a quello che si può leggere nel libro della natura come c’è un limite a quello che si può leggere nei Promessi sposi.

A questo punto si capisce anche perché Eco si sia imbarcato in un’avventura di questo genere. Eco il semiologo decide di chiudere un vecchio conto filosofico lasciato in sospeso, e a più di vent’anni dalla pubblicazione del Trattato di semiotica generale 6 si mette a studiare non tanto il terminus ad quem dei processi di significazione (a cosa ci riferiamo quando parliamo, e con quale attendibilità?) bensì il terminus a quo (cosa ci fa parlare? cos’è quel qualcosa che esige di essere detto?). Detto questo, il libro è anche una miniera di osservazioni e provocazioni, sempre suggestive e profonde, che in parte possono essere lette autonomamente dal resto. Anche per questo Eco ha preferito l’impostazione saggistica alla formulazione sistematica che un eventuale Trattato, Volume Secondo avrebbe imposto. «Ho deciso prudenzialmente di passare dall’architettura dei giardini al giardinaggio, e invece di dissodare Versailles mi sono limitato a dissodare alcune aiuole appena connesse da sentieri in terra battuta » (xii).

I sentieri principali sono, appunto, i problemi e le tesi di cui si è detto, e le ramificazioni che ne derivano sulla base di una rilettura in chiave peirceana. E le aiuole? Si spazia da questioni interne al dibattito semiotico a questioni più propriamente di filosofia del linguaggio; dalla teoria del riferimento all’ontologia formale; dall’epistemologia all’iconismo. Il giardino di Eco è variegato. Anche perché stiamo parlando di un autore che sa come alternare passaggi tecnici a squarci narrativi. Così, accanto alle storie dell’ornitorinco e dei cavalli dei conquistadores leggiamo degli unicorni-rinoceronti di Marco Polo, della missione dell’arcangelo Gabriele, dell’altra gamba del capitano Ahab. C’è anche la “vera storia del sarchiapone”, ispirata al celebre sketch di Walter Chiari e Carlo Campanini, ottimo esempio di come si possa fare della filosofia seria anche parlando di cose divertenti, e senza perdersi in chiacchiere oscure e presuntuose.

Eco insiste soprattutto su quella che chiama la dimensione “contrattuale” del significato e del riferimento, che nell’Introduzione lo porta a identificare la propria posizione come “realismo contrattuale”. Realismo contrattuale vuol dire che arriviamo a parlare di qualcosa perché qualcosa c’è
(realismo), ma anche perché ci mettiamo d’accordo con la Comunità su come parlarne (contratto). E se finiamo col parlare di qualcosa che non c’è (come nel caso del sarchiapone), vi è comunque sempre la presupposizione che non si stia parlando a vanvera, e il riferimento diventa una complessa operazione di negoziato fra i parlanti. In questo Eco non si distacca molto da un approccio ormai diffuso in filosofia del linguaggio, che da qualche tempo ha riconosciuto il ruolo determinante della dimensione pragmatica e intenzionale, e quindi in ultima analisi sociale, delle operazioni di riferimento. Tuttavia Eco ci tiene a prendere le distanze da certe teorie che si trovano sul mercato.

Un esempio significativo è la sua battaglia contro Putnam, Kripke, e gli altri filosofi della cosiddetta teoria della designazione rigida, tanto per i nomi comuni (come ‘ornitorinco’, ‘gatto’, ‘acqua’) che per i nomi propri (‘Giovanni’, ‘il dottor Jekyll’) 7. Qui credo che Eco pecchi un po’ di ottimismo. Certe argomentazioni risultano un po’ veloci e difficilmente riusciranno a convincere il lettore che la pensa diversamente. Nel caso dei nomi comuni, la critica si risolve sostanzialmente nell’appunto che la teoria della designazione rigida implica un assurdo spostamento dalla semantica alla teologia: «solo una Mente che conosce [il mondo] esattamente come è (e come lo ha fatto), e che accetta indulgentemente che anche in lingue diverse ci si possa riferire alla stessa essenza, può “fissare” il riferimento in modo stabile» (259).

L’allusione qui è all’argomento di Putnam per cui il riferimento di un termine come ‘acqua’ denota la stessa entità—una sostanza che i chimici descrivono come H2O—in qualunque situazione possibile, e ha sempre denotato quella entità anche prima che i chimici ci dicessero cosa fosse. Sostanze diverse semplicemente non sono acqua (proprio come l’oro falso non è oro) anche se esibiscono le stesse caratteristiche fenomenologiche di trasparenza, mancanza di sapore, ecc., e anche se possiamo benissimo immaginare delle comunità che usano il termine ‘acqua’ diversamente da noi. Questo perché l’estensione di un termine di genere naturale non è determinata da un insieme di condizioni descrittive, ma viene generalmente fissata per ostensione: puntiamo al liquido nel bicchiere e diciamo questa è acqua; indichiamo il lago e diciamo questa è acqua, e così via. Ammesso che nella maggior parte dei casi si tratti effettivamente della stessa sostanza, il liquido nel bicchiere, nel lago, ecc. rappresenta il paradigma dell’entità che noi e gli altri parlanti della nostra comunità linguistica abbiamo deciso di chiamare ‘acqua’, e da lì in poi un liquido è acqua solo se intrattiene una certa relazione di equivalenza con quell’entità, qualunque sia l’informazione di cui si dispone al riguardo. Se così non fosse, se cioè l’estensione del termine potesse cambiare con gli usi e le conoscenze dei parlanti, finiremmo col dire che l’acqua bevuta dal Brunelleschi (quando la parola ‘acqua’ era glossabile, tra l’altro, come “uno degli elementi semplici che costituiscono il mondo sublunare”) era un’altra cosa rispetto all’acqua che si beve dai tempi di Laivosier (quando si è cominciato a glossare il termine ‘acqua’, tra l’altro, come “elemento composto di idrogeno e ossigeno”). Ora, Eco trova questa posizione problematica nella misura in cui sembra implicare che esista una sorta di “fil di ferro ontologico” che àncora la parola a una misteriosa essenza—cioè non soltanto a qualcosa che vediamo (il liquido nel bicchiere o nel lago) ma anche a qualcosa che non si è mai visto e non si vedrà mai (ciò che fa sì che l’acqua sia acqua). Fin qui per me va bene: si tratta di una preoccupazione fondata e in effetti abbastanza diffusa. Però poi Eco aggiunge che questa “ontologia forte” finisce con l’escludere le intenzioni dei parlanti e col presupporre l’intervento di una “Mente divina”. Ma perché? Putnam dice semplicemente che se davvero l’acqua è H2O (ipotesi empirica), allora non può esserci acqua con una composizione chimica diversa. Forse serve una Mente divina per verificare l’ipotesi, siamo d’accordo (anche se uno confida sempre nella scienza). Ma questo non significa che la Mente divina sia necessara per fissare il riferimento: questo è fissato sempre e comunque dalla nostra pratica linguistica. È che una volta fissato non lo si può cambiare senza alterare il significato della parola.

Nel caso dei nomi propri però Eco ha dei begli argomenti. In questo caso, la teoria del riferimento diretto di Kripke ci dice che il referente di un nome viene fissato con una sorta di “battesimo iniziale” in cui le proprietà del destinatario non sono rilevanti (chiamiamo quella persona ‘Pinco Pallino’ perché abbiamo deciso di chiamarlo così, e basta); e una volta fissato il referente in questo modo, quando parliamo di Pinco Pallino parliamo di quella persona in tutti i mondi possibili (per esempio quando diciamo Pinco Pallino non potrebbe mai aver scritto ‘Kant e l’ornitorinco’, che naturalmente significa qualcosa di ben diverso da L’autore di ‘Kant e l’ornitorinco’ non avrebbe mai potuto chiamarsi ‘Pinco Pallino’). Per Eco le cose stanno diversamente: il battesimo ha solo funzione introduttiva; serve per avviare il “contratto”, ma il contratto non finisce lì. E qui ci viene narrata la storia del dottor Jekyll e dei fratelli Hyde. Per farla breve, John e Bob Hyde sono due gemelli monozigotici, uguali come due gocce d’acqua, che per qualche motivo decidono sin dalla più tenera infanzia di dar vita a un solo personaggio pubblico che diventerà poi il noto dottor Jekyll. Il punto è che John e Bob fanno Jekyll a giorni alterni: oggi io, domani tu, dopodomani io, e così via. Quando uno è in giro, l’altro se ne sta chiuso in casa, e viceversa il giorno seguente, senza che nessuno se ne accorga. Un giorno però John inizia una relazione amorosa con Mary, che ignara della situazione si “rivede” con Bob il giorno dopo, e poi di nuovo con John, e così via. Ne nasce un bel ménage à trois che lascia tutti soddisfatti. A questo punto però Eco chiede: quando Mary dice alla sua amica ieri sera sono stata a cena con Jekyll, a chi si riferisce? Supponiamo che il primo ad usare il nome ‘Jekyll’ sia stato John. Vuol dire che Mary si è riferita a John, come vorrebbe la teoria del riferimento diretto, anche se in realtà è stata a cena con Bob? Poniamo pure che il nome ‘Jekyll’ sia ambiguo, per cui designa sia John che Bob, a seconda del contesto. Vuol dire che se il giorno dopo Mary racconta di essere stata nuovamente fuori con Jekyll, si riferisce a una persona diversa? Vuol dire che ci serve un contabile celeste per tenere il conto di tutti gli atti di riferimento?

[Va qui citato] Il libro di Patrizia Violi [Significato ed esperienza, Milano, Bompiani, settembre 1997] si inserisce un po’ su questa lunghezza d’onda. (È consigliabile leggere i due libri insieme, anche se gli stili sono molto diversi.) Quando Putnam e Kripke ci dicono che il riferimento non è una funzione delle proprietà evocate dal nome (sia esso un nome di specie o genere naturale come ‘ornitorinco’ o ‘acqua’, oppure un nome proprio come ‘Jekyll’), non intendono ovviamente escludere che il nome stesso venga poi associato a un insieme di descrizioni e contenuti concettuali, che è poi quell’insieme di caratteristiche che abbiamo in mente quando usiamo il nome. Semplicemente, stando al loro punto di vista questo insieme rappresenta uno stereotipo (nel caso di un nome comune) o un concetto individuale (nel caso di un nome proprio) che ci aiuta a catturare il riferimento del termine, e che come tale è soggetto a revisione. Ne segue che sebbene per ogni termine siamo tutti in possesso di un insieme corrispondente di istruzioni per l’uso (che è poi il “tipo cognitivo” di Eco), in certi casi solo una persona esperta conosce l’estensione esatta del termine in questione. Solo il chimico conosce veramente l’estensione del termine ‘acqua’ (nell’ipotesi che questo termine si riferisca effettivamente a una sostanza caratterizzabile chimicamente); solo un investigatore privato potrebbe conoscere il vero referente di ‘Jekyll’. E qui Violi obietta. Questa esclusione dell’estensione dalla competenza del parlante comune, questa sua limitazione ai soli esperti, finisce per Violi col restituirci un modello inaccettabile della competenza linguistica: «Il significato risulta così fissato in modo preciso, in quanto ancorato alla realtà, ma inaccessibile alla maggior parte dei parlanti» (98). Perché mai—ci si chiede—questa diversità di conoscenze dovrebbe risultare decisiva ai fini della determinazione del significato, piuttosto che risolversi in un semplice fenomeno sociologico? Perché l’informazione che l’acqua è composta da H2O dovrebbe far parte della competenza semantica piuttosto che del sapere enciclopedico? E se poi gli esperti non vanno d’accordo? E soprattutto, «se il “vero” significato di ‘gatto’ o di ‘acqua’ lo conoscono solo gli esperti, come spiegare il fatto che queste parole sono comunemente usate da tutti i parlanti senza alcuna difficoltà, non solo a livello di comprensione e comunicazione, ma anche a livello di una corretta individuazione dei referenti?» (99).

È evidente che ciò che disturba Violi è il ruolo di “Mente divina” (nel senso usato da Eco) attribuito all’esperto. Però questo è un punto delicato. Gli esperti di Putnam non fissano il riferimento. In linea di principio può anche darsi che sbaglino: possiamo anche immaginare che l’acqua non sia H2O (per qualche stranissima coincidenza, ogni volta che la si è analizzata chimicamente si è commesso un errore). Potrebbe darsi addirittura che l’acqua non abbia una struttura chimico-fisica univoca, come nel caso della giada. Ne seguirebbe forse che quando diciamo ‘acqua’ ci riferiamo a qualcosa di diverso da quello che crediamo? Se con ciò si intende qualcosa che ha proprietà diverse da quelle che siamo convinti abbia, la risposta ovviamente è Sì. Ma se si intende qualcos’altro rispetto a ciò cui siamo convinti di riferirci—qualche altro liquido—allora la risposta è un bel No. L’acqua è quella roba lì e basta. L’argomento di Putnam intende proprio mostrare che tutte le caratteristiche che le associamo sono soggette a revisione. Gli esperti non fissano nulla. Casomai scoprono. E noi ci fidiamo di loro quando si tratta di decidere i casi difficili o di fornire un fondamento a quelle che di fatto sono le nostre capacità comunicative e referenziali.

Tutto questo per dire che una teoria contrattuale del riferimento non deve necessariamente scontrarsi con la teoria del riferimento diretto, almeno nel caso dei termini di genere naturale. Dopo tutto non è proprio questa la morale della storia dell’ornitorinco? Alludo alla vera storia, quella che ha fatto ammattire i naturalisti di mezza Europa. C’era l’esperto che insisteva sulla viviparità e quello che la negava; quello che cercava le mammelle e quello che scommetteva sulle uova; quello che puntava al becco e quello che insisteva sulle zampe. Finalmente un bel dì arriva un telegramma da Sydney che mette tutti d’accordo. Monotremes oviparous, ovum meroblastic. Fine dei litigi. Ma quel che conta—ed è Eco a sottolinearlo—è che per tutti quegli anni ci si è riferiti sempre e comunque allo stesso animale. L’estensione di ‘ornitorinco’ non cambiava; è l’intensione che faceva impazzire gli esperti. «Quella bestia poteva essere o non essere un MAMMIFERO, un UCCELLO, un RETTILE, senza che peraltro cessasse di essere quella dannatissima bestia che, come aveva osservato Lesson nel 1839, si poneva di traverso sul sentiero del metodo tassonomico per provarne la fallacia» (216).

In ogni caso, Violi e Eco condividono questo con i teorici del riferimento diretto e della designazione rigida: che i dizionari non sono in linea di principio separabili dalle enciclopedie, e ciò che entra a far parte del significato di un termine non è indissolubile dall’esperienza. Il significato non è cioè descrivibile astrattamente da una lista di condizioni necessarie e sufficienti (cui si accompagna, in certe teorie tradizionali, l’ipotesi di un insieme limitato di tratti primitivi) ma emerge prepotentemente dal nostro quotidiano commercio col mondo. Proprio questa anzi è una delle tesi di fondo del libro di Violi. Rispetto a Eco, il realismo di Violi è meno deciso, permeato di cognitivismo: «L’universo del non-lingustico non è il mondo inteso come oggettività esterna, indipendente dalla soggettività conoscente, ma la nostra esperienza del mondo» (70). Cionondimeno Violi insiste sulla dimensione deittica del significato, sul riconoscimento di quella natura indessicale del linguaggio—evidenziata proprio da Putnam e da Kripke—che «ci consente di riformulare il problema del referente e della relazione lingua-mondo e di includerlo nella semantica, uscendo dalle strettoie di uno strutturalismo puramente intralinguistico» (72). Tutta la parte centrale del libro è una critica decisa di quei modelli semantici che si basano su una netta distinzione tra tratti dizionariali e tratti enciclopedici, in una prospettiva volta a recuperare piuttosto le indicazioni delle semantiche a prototipi. I processi di categorizzazione sono, anche per Violi, dispositivi interpretativi per dare un senso alla nostra esperienza, per sezionare il continuum dell’esperienza e ancorare il particolare al generale, alla categoria. Al punto che la terza parte del libro, ove si tracciano le linee di sviluppo del modello generale proposto da Violi, muove da una osservazione che si potrebbe ritrovare pari pari nell’Ornitorinco: «gli schemi e le strutture attraverso cui diamo senso alle espressioni della lingua non sono diversi da quelli con cui diamo un senso al nostro essere e agire nel mondo» (211).

Non mi dilungo a questo punto a illustrare i dettagli del modello proposto, anche perché il discorso si fa un po’ tecnico. Sottolineo solo quello che mi sembra un aspetto molto pregevole di questa parte del testo, e cioè che se da un lato lo studio mira all’elaborazione di un paradigma teorico generale (ma non per questo unificato per tutto il lessico: si enfatizza anzi la necessità che rappresentazioni diverse coesistano le une accanto alle altre), dall’altro lato Violi si impegna a fondo sul piano della ricerca empirica, esaminando il comportamento semantico di un’ampia classe di termini. Rispetto ai temi su cui mi sono soffermato qui, risulta cruciale soprattutto l’indagine dei criteri che sottostanno la cancellabilità o meno delle caratteristiche associate a questi termini. Si tratta, in fondo, di spiegare perché certe proprietà oppongono una maggiore resistenza alla loro negazione: proprio ciò che per Eco significherebbe spiegare perché certe contrattazioni appaiono più robuste di altre. Spiegare perché, in quegli ottant’anni di sbando tassonomico, nessuno abbia mai cercato di classificare l’ornitorinco come una sirenetta. E tanto meno come una radice quadrata.
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1. Cambridge (Mass.), Harvard University Press, 1997.
2. Cambridge e New York, Cambridge University Press, 1990.
3. Vedi i saggi raccolti in Verità e interpretazione, Bologna, Il Mulino, 1994.
4. Cambridge (Mass.), Harvard University Press, 1994, 19962.
5. I limiti dell’interpretazione, Milano, Bompiani, 1990.
6. Milano, Bompiani, 1975.
7. Di Putnam e Kripke si vedano, rispettivamente, Mente, linguaggio e realtà, Milano,
Adelphi, 1987; e Nome e necessità, Torino, Boringhieri, 1982.

(Pubblicato in La Rivista dei Libri, 8:2 (1998), 10–13)

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Qui di seguito l'Introduzione di Umberto Eco al suo libro:

KANT E L’ ORNITORINCO

INTRODUZIONE

Che cosa c’entra Kant con l’ornitorinco? Nulla. Come vedremo, date alla mano, non poteva entrarci. E questo basterebbe per giustificare il titolo e quella sua incongruenza insiemistica che suona come omaggio all’antichissima enciclopedia cinese di borgesiana memoria. Di che cosa parla questo libro? Oltre che dell’ornitorinco, di gatti, cani, topi, cavalli, ma anche di sedie, piatti, alberi, montagne e altre cose che vediamo tutti i giorni, e delle ragioni per cui distinguiamo un elefante da un armadillo (anche di quelle per cui di solito non scambiamo nostra moglie per un cappello). Si tratta di un problema filosofico formidabile che ha ossessionato il pensiero umano da Platone ai cognitivisti contemporanei e che neppure Kant (come vedremo) ha saputo non dico risolvere ma neppure porre in termini soddisfacenti. Figuriamoci io.

Ecco perché i saggi di questo libro (stesi nel corso di dodici mesi, riprendendo temi che ho trattato – in parte in forma inedita – negli ultimi anni) nascono da un nucleo di preoccupazioni teoriche
interconnesse e si rinviano l’un l’altro ma non sono da leggersi come “capitoli” di un’opera che abbia ambizioni sistematiche. Se i vari paragrafi sono talora puntigliosamente numerati e sottonumerati è solo per permettere rimandi rapidi da uno scritto all’altro, senza che questo artificio debba suggerire una architettonica soggiacente. Se molte sono le cose che in queste pagine dico, moltissime sono quelle che non dico, semplicemente perché non ho idee precise in proposito. Anzi, vorrei assumere come insegna la citazione di Boscoe Pertwee, un autore del XVIII secolo (a me ignoto), che ho trovato in Gregory (1981: 558): “Tempo fa ero indeciso, ma ora non ne sono più così sicuro”.

Scritti dunque all’insegna dell’indecisione e di numerose perplessità, questi saggi sono nati dal sentimento di non aver onorato alcune cambiali firmate quando avevo pubblicato il Trattato di semiotica generale nel 1975 (già riprendendo e sviluppando una serie di ricerche iniziate nella seconda metà degli anni Sessanta). I conti in sospeso riguardavano il problema del riferimento, dell’iconismo, della verità, della percezione e di quella che allora chiamavo la “soglia inferiore”
della semiotica. Nel corso di questi ventidue anni molti sono stati coloro che mi hanno posto delle questioni molto pressanti, oralmente o per iscritto, e moltissimi quelli che mi domandavano se e quando avrei scritto un aggiornamento del Trattato. Questi saggi sono stati scritti anche per spiegare, forse più a me stesso che agli altri, perché non l’ho fatto.

Le ragioni sono fondamentalmente due. La prima è che, se negli anni Settanta si poteva pensare di collegare le membra sparse di tante ricerche semiotiche per tentarne una summa, oggi la loro area si è talmente allargata (mescolandosi con quella delle varie scienze cognitive) che ogni nuova sistemazione risulterebbe precipitosa. Siamo di fronte a una galassia in espansione, non più a un sistema planetario di cui si possano fornire le equazioni fondamentali. Il che mi pare un segno di successo e di salute: l’interrogazione sulla semiosi è diventata centrale in moltissime discipline, anche da parte di chi non pensava, o non sapeva di, o addirittura non voleva fare semiotica. Questo era già vero ai tempi del Trattato (tanto per fare un esempio, non era stato perché avessero letto libri di semiotica che i biologi si erano messi a parlare di “codice” genetico), ma il fenomeno si è allargato, tanto da consigliare, a chi segue una strategia dell’attenzione, e per quanto selettivi siano i suoi criteri teorici, di praticare una sorta di tolleranza ecumenica, nello stesso senso in cui il missionario di ampie vedute decide che anche l’infedele, qualsiasi idolo o principio superiore adori,
è naturaliter cristiano e sarà pertanto salvato.

Tuttavia, per quanto tollerante delle opinioni altrui, ciascuno deve pure enunciare le proprie, almeno sulle questioni fondamentali. A integrazione e correzione del Trattato, eccomi dunque a esporre le mie idee più recenti su alcuni punti che quel libro aveva lasciato in sospeso. Infatti (e veniamo alla seconda ragione) nella prima parte del Trattato partivo da un problema: se esiste, in termini peirceani, un Oggetto Dinamico, noi lo conosciamo solo attraverso un Oggetto ImmediatoManipolando segni, noi ci riferiamo all’Oggetto Dinamico come terminus ad quem della semiosi. Nella seconda parte, quella dedicata ai modi di produzione segnica, presupponevo invece (anche se non lo esplicitavo a chiare lettere) che se parliamo (o emettiamo segni, di qualsiasi tipo essi siano) è perché Qualcosa ci spinge a parlare. Con il che si presentava il problema dell’Oggetto Dinamico come terminus a quo.

L’avere anteposto il problema dell’Oggetto Dinamico come terminus ad quem ha determinato i miei interessi successivi, il seguire la vicenda della semiosi come sequenza di interpretanti, gli interpretanti essendo un prodotto collettivo, pubblico, osservabile, che si depositano nel corso dei processi culturali, anche se non si presume una mente che li accolga, li usi, li sviluppi. E di lì è venuto quanto ho scritto sul problema del significato, del testo e dell’intertestualità, della narratività,
delle vicende e dei limiti dell’interpretazione. Ma è proprio il problema dei limiti dell’interpretazione che mi ha portato a riflettere se quei limiti siano solo culturali, testuali, o non si annidino più in profondo. E questo spiega perché il primo di questi saggi tratta dell’Essere. Non si tratta di delirio di onnipotenza, bensì di dovere professionale. Come si vedrà, parlo dell’Essere solo in quanto mi pare che quello che c’è ponga dei limiti alla nostra libertà di parola.

Quando si presume un soggetto che cerchi di comprendere quanto esperisce (e l’Oggetto – che è poi la Cosa in Sé – diventa il terminus a quo), allora, prima ancora che si formi la catena degli interpretanti, entra in gioco un processo di interpretazione del mondo che, specie nel caso di oggetti inediti e sconosciuti (come l’ornitorinco alla fine del Settecento), assume una forma “aurorale”, fatta di tentativi e ripulse, la quale è però già semiosi in atto, che va a mettere in questione i sistemi culturali prestabiliti.

Così, ogni volta che ho pensato di riprendere in mano il Trattato, mi sono chiesto se non avrei dovuto ristrutturarlo cominciando dalla seconda parte. Le ragioni per cui me lo chiedevo dovrebbero risultare
evidenti leggendo i saggi che seguono. Il fatto che essi si presentino appunto come saggi, esplorazioni vagabonde da diversi punti di vista, dice come – preso dall’impulso di operare un capovolgimento sistematico – ho avvertito che non ero capace di architettarlo (e forse nessuno può farlo da solo). Così ho deciso prudenzialmente di passare dall’architettura dei giardini al giardinaggio, e invece di disegnare Versailles mi sono limitato a dissodare alcune aiuole appena connesse da sentieri in terra battuta – e col sospetto che tutt’intorno si distenda ancora un parco romantico all’inglese.

Dove ho scelto di collocare le mie aiuole? Decidendo (invece di polemizzare con mille altri) di polemizzare con me stesso, e cioè con varie cose che avevo scritto in precedenza, correggendomi quando mi pareva giusto, senza peraltro rinnegarmi in toto, perché le idee si cambiano sempre a chiazza di leopardo, mai globalmente e da un giorno all’altro. Se dovessi sintetizzare il nucleo di problemi intorno a cui mi sono aggirato parlerei di lineamenti di una semantica cognitiva (che certamente poco ha a che vedere sia con quella vero-funzionale sia con quella struttural-lessicale, anche se da entrambe cerca di trarre temi e spunti) basata su una nozione contrattuale sia dei nostri schemi cognitivi che del significato e del riferimento-posizione coerente con i miei tentativi precedenti di elaborare una teoria del contenuto in cui si fondessero semantica e pragmatica. Nel fare questo cerco di contemperare una visione eminentemente “culturale” dei processi semiosici con il fatto che, quale che sia il peso dei nostri sistemi culturali, c’è qualcosa nel continuum dell’esperienza che pone dei limiti alle nostre interpretazioni, per cui – se non avessi timore di usare parole grosse – direi che qui la disputa tra realismo interno e realismo esterno tenderebbe a comporsi in una nozione di realismo contrattuale. Al proposito sono costretto ad aprire una parentesi. Nel 1984 ho collaborato alla raccolta Il pensiero debole, curata da Gianni Vattimo e Pier Aldo Rovatti (Milano: Feltrinelli). Essa voleva essere, nella intenzione dei curatori, una palestra di confronto tra autori di diversa origine su quella proposta di pensiero debole il cui copyright apparteneva da tempo a Vattimo. Forse alla fine la proporzione tra “debolisti forti” (linea ermeneutica Nietzsche-Heidegger) e “debolisti deboli” (pensiero della congettura e del fallibilismo) era risultata un poco squilibrata, ma recensori attenti (come ad esempio Cesare Cases sull’Espresso del 5 febbraio 1984) si erano pure resi conto che in quel contesto io apparivo più dalla parte degli Enciclopedisti che da quella di Heidegger. Non importa: nell’ambito dei mass media quella raccolta è stata spesso intesa come un manifesto, e talora (nell’ambito di certa pamphletistica popolare) mi sono visto arruolare tra i “debolisti” tout court.

Ritengo che, specialmente nel primo saggio di questo libro, siano ribadite e chiarite, anche attraverso alcuni rispettosi confronti polemici, le mie posizioni al riguardo. C’è differenza tra dire che non possiamo capire tutto (una volta per tutte) e dire che l’essere è andato in vacanza (anche se ritengo che nessun “debolista” sia mai arrivato a tanto). Ma insomma, almeno in una introduzione stampata in corsivo, occorre mettere in guardia dalle semplificazioni dei media.

Il lettore si accorgerà che, a cominciare dal secondo saggio e sempre più a mano a mano che procedo, queste mie discussioni teoriche sono intessute di “storie”. Forse qualcuno sa che, quando ho sentito l’impulso di narrare storie, l’ho soddisfatto in altra sede e quindi questa mia decisione fabulatrice non è dovuta al bisogno di realizzare una vocazione repressa (tentazione di molti pensatori contemporanei che sostituiscono la filosofia con pagine di bella letteratura, nel senso crociano del termine). Si potrebbe dire che la mia decisione ha un profondo motivo filosofico: se è finita, come dicono, l’era dei “grandi racconti”, sarà utile procedere per parabole, che fanno vedere qualcosa in modalità testuale – come avrebbe detto Lotman, e come ci invita a fare Bruner – senza volerne trarre delle grammatiche.

C’è però anche una seconda ragione. Nel pormi in un atteggiamento interrogativo sul modo in cui percepiamo (ma anche nominiamo) gatti, topi o elefanti mi è parso utile non tanto analizzare in termini modellistici espressioni come c’è un gatto sul tappeto, oppure andare a vedere che cosa fanno i nostri neuroni quando vediamo un gatto sul tappeto (per non dire di che cosa fanno i neuroni del gatto quando lui vede noi seduti sul tappeto – come spiegherò, cerco di non mettere il naso nelle scatole nere, lasciando questo difficile mestiere a chi lo sa fare), bensì di rimettere in scena un personaggio sovente negletto, che è il senso comune. E per capire come funziona il senso comune non c’è niente di meglio che immaginare “storie” in cui la gente si comporta secondo il senso comune. Si scopre così che la normalità è narrativamente sorprendente.

Ma forse la presenza di tanti gatti e cani e topi nel mio discorso mi ha riportato alla funzione conoscitiva dei bestiari moralizzati e delle fiabe. Nel tentare almeno di aggiornare il bestiario, ho introdotto l’ornitorinco come eroe del mio libro. Sono grato a Stephen Jay Gould e a Giorgio
Celli (nonché a Gianni Piccini via Internet) per avermi simpaticamente aiutato nella mia caccia a quell’imponderabile animaletto (che peraltro, anni fa, avevo anche conosciuto di persona). Esso mi ha accompagnato passo per passo, anche là dove non lo cito, e mi sono premurato di fornirgli credenziali filosofiche trovandogli subito una parentela con l’unicorno che, come gli scapoli, non può mai essere assente da una riflessione sul linguaggio.

Debitore come sono a Borges di tanti spunti nel corso della mia precedente attività, mi consolavo del fatto che Borges avesse parlato di tutto, salvo che dell’ornitorinco, e godevo così di essermi sottratto
all’angoscia dell’influenza. Mentre stavo per dare alle stampe questi saggi, Stefano Bartezzaghi mi ha segnalato che, almeno verbalmente, in un dialogo con Domenico Porzio, spiegando (forse) perché non era mai andato in Australia, Borges ha parlato dell’ornitorinco: “oltre al canguro e all’ornitorinco, che è un animale orribile, fatto con pezzi di altri animali, adesso c’è anche il cammello”.1 Del cammello mi ero già occupato, lavorando sulle classificazioni aristoteliche. In questo libro spiego perché l’ornitorinco non sia orribile, ma prodigioso e provvidenziale per mettere alla prova una teoria della conoscenza. A proposito, data la sua apparizione molto remota nello sviluppo delle specie, insinuo che non sia fatto con pezzi di altri animali, ma che siano gli altri animali che sono stati fatti con pezzi suoi.

Parlo di gatti e di ornitorinchi, ma anche di Kant – altrimenti il titolo sarebbe ingiustificabile. Anzi, parlo di gatti proprio perché Kant aveva tirato in ballo i concetti empirici (e se non aveva parlato di gatti aveva però parlato di cani), e poi non sapeva più dove metterli. Sono partito da Kant per onorare un’altra cambiale firmata con me stesso, sin dagli anni universitari, in cui ho iniziato a stendere tanti piccoli appunti su quel concetto “devastante” (lo ha suggerito Peirce) che era quello di schema. Il problema dello schematismo ce lo ritroviamo tra le mani proprio oggi, nel vivo della discussione sui processi cognitivi. Ma molte di queste ricerche soffrono di insufficiente retroterra storico. Si parla per esempio di neo-costruttivismo, taluni fanno un esplicito riferimento a Kant, ma molti altri fanno del neo-kantismo senza saperlo. Ricordo sempre un libro americano, molto bello peraltro (e tacciamo perciò dell’occasionale peccatore, soffermandoci solo sul peccato), dove appariva a un certo punto una nota che diceva a un dipresso: “Pare che su questo punto abbia detto cose affini anche Kant (cfr. Brown 1988)”.

Se pare che Kant abbia detto cose affini, il compito di un discorso filosofico è rivedere da dove Kant era partito, e in quali nodi problematici si era dibattuto, perché la sua vicenda può insegnare qualcosa anche a noi. Senza saperlo, potremmo essere ancora figli dei suoi errori (così come delle sue verità), e il saperlo potrebbe evitarci di commettere errori analoghi o di credere di avere scoperto ieri ciò che
lui aveva già suggerito duecento anni fa. Per dirla con una battuta, Kant non sapeva nulla dell’ornitorinco, e pazienza, ma l’ornitorinco, per risolvere la propria crisi d’identità, dovrebbe sapere qualcosa di Kant. Non tento una tavola esaustiva dei ringraziamenti perché sarebbe puro name dropping, a cominciare da Parmenide. I riferimenti bibliografici in calce a questo libro non sono una bibliografia, sono solo un gesto di accortezza legale, per non essere imputato di tacere i nomi
di persone da cui ho tratto direttamente una citazione. Sono così assenti tanti nomi importanti, di autori a cui debbo molto, ma che non ho citato direttamente.

Ringrazio la Italian Academy for Advanced Studies in America at Columbia University, che mi ha dato agio di dedicarmi per due mesi al primo abbozzo dei saggi 3, 4 e 5.

Per il resto, su questi temi, negli ultimi anni, sono stato pungolato dalle persone che lavoravano accanto a me (e che hanno introiettato il sano principio per cui degli amici bisogna parlare fuori dai denti, perché le cineserie sono riservate solo agli avversari). I debiti in tal senso, accumulatisi nel corso di tanti confronti, sono infiniti. Si vedrà che ho citato alcune tesi di laurea e di dottorato discusse (non parlo della seduta finale, parlo delle molte discussioni in itinere) negli ultimi anni, e che hanno direttamente influenzato molti di questi saggi, ma chissà quanti nomi non ho avuto occasione di citare, tra tutti coloro con cui ho dibattuto negli ultimi anni nel corso dei workshops del Centro di Studi Semiotici e Cognitivi dell’Università di San Marino e negli innumerevoli seminari a Bologna.

Non posso però tacere i vari appunti, spunti e impuntamenti dei collaboratori alla raccolta Semiotica Storia Interpretazione. Saggi intorno a Umberto Eco. Milano, Bompiani 1992.2 Infine, forse, la
decisione di mettere mano a questi saggi raccogliendo e rielaborando i vari brogliacci, mi è venuta dalle discussioni, diagnosi e prognosi (ancora riservate) offertemi dai partecipanti alla Decade di Cerisy-la- Salle dell’estate 1996. Sul momento sarà parso ai presenti che sopra ogni altra cosa abbia apprezzato le serate musicali allietate da generose dosi di Calvados, ma non ho perso una parola di quanto si è detto, e sono entrato in crisi più volte.3

Grazie a tutti costoro (specie i più giovani) per avermi risvegliato da alcuni miei sonni dogmatici – se non come Hume, almeno come il vecchio Lampe.


Umberto Eco
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1. Domenico Porzio, “Introduzione” a J.L. Borges, Tutte le opere, vol. 2. Milano: Mondadori 1985: xv-xvi.
2. In ordine di apparizione, Giovanni Manetti, Costantino Marmo, Giulio Blasi, Roberto Pellerey, Ugo Volli, Giampaolo Proni, Patrizia Violi, Giovanna Cosenza, Alessandro Zinna, Francesco Marsciani,
Marco Santambrogio, Bruno Bassi, Paolo Fabbri, Marina Mizzau, Andrea Bernardelli, Massimo Bonfantini, Isabella Pezzini, Maria Pia Pozzato, Patrizia Magli, Claudia Miranda, Sandra Cavicchioli, Roberto Grandi, Mauro Wolf, Lucrecia Escudero, Daniele Barbieri, Luca Marconi, Marco De Marinis, Omar Calabrese, Giuseppina Bonerba, Simona Bulgari. 
3. In ordine alfabetico (tranne che per i due organizzatori, Jean Petitot e Paolo Fabbri), Per-Aage Brandt, Michael Caesar, Mario Fusco, Enzo Golino, Moshe Idel, Burkhart Kroeber, Alexandre Laumonier, Jacques Le Goff, Helena Lozano Miralles, Patrizia Magli, Giovanni Manetti, Gianfranco Marrone, Ulla Musarra-Schroeder, Winfried Nöth, Pierre Ouellet, Maurice Olender, Hermann Parret, Isabella Pezzini, Roberto Pellerey, Maria Pia Pozzato, Marco Santambrogio, Thomas Stauder, Emilio Tadini, Patrizia Violi, Tadaiko Wada, Alessandro Zinna, Ivailo Znepolski. Ma per parlare di contributi critici al mio lavoro sento di non dover tacere altre riflessioni, anche se non sono immediatamente connesse ai temi discussi in questo libro, e che mi sono pervenute mentre davo solo gli ultimi ritocchi. Voglio pertanto citare i collaboratori alle seguenti raccolte: Rocco Capozzi, ed., Eco. An Anthology (Bloomington: Indiana U.P 1997); Peter Bondanella, Umberto Eco. Signs for this time (Cambridge: Cambridge U.P. 1997); Norma Bouchard e Veronica Pravadelli, eds., The Politics of Culture and the Ambiguities of Interpretation: Eco’s Alternative (New York: Peter Lang Publishers, 1998); Thomas Stauder, ed., “Staunen über das Sein”. Internationale Beiträge zu Umberto Ecos ‘Insel des vorigen Tages’ (Darmstadt: Wissenschaftliche Buchgesellschaft 1997).

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