AN ANTHOLOGY OF THOUGHT & EMOTION... Un'antologia di pensieri & emozioni

L'ENIGMA DELL'EBRAISMO

Una relazione in forma semplice, presentata da Anna Braghini in italiano nell'ambito del progetto didattico Il labirinto delle identità
Il popolo ebraico: l’enigma dell’ebraismo

Introduzione

Una definizione di ebreo e di ebraismo è difficile da individuare. Le categorie di popolo, religione, cultura, applicate all'ebraismo dicono solo in parte ciò che l'ebraismo è; l'ebraismo nasce come popolo ma non è solo un popolo, è anche un fenomeno religioso; non possiamo però dire che l’ebraismo sia solo una religione, in esso troviamo noi ritroviamo le caratteristiche di un popolo, di una cultura, di una religione ma nello stesso tempo siamo di fronte ad un fenomeno che le comprende e le supera, non lo possiamo incasellare in una di queste categorie e non possiamo neppure tenerle tutte assieme. 

L'ebraismo eccede i suoi limiti religiosi. L'accento è posto sulla prassi, su un modo di vita, è un insieme di comportamenti, di modi di vivere, è una comprensione religiosa della realtà che abbraccia tutti gli aspetti dell'esistenza. Affermato questo, non bisogna dimenticare, però, che, da sempre ma in particolare negli ultimi due secoli, un'ampia componente dell'ebraismo si è definita non credente. Il che non significa che l'ebreo non credente sia un non-ebreo. Si è ebrei anche se non si crede. Ci sono anche ebrei ortodossi con barba e boccoli che si dichiarano atei. Nell’ebraismo credere in Dio non è un dogma, è un atto di fede. Inoltre c'è chi sovrappone la realtà ebraica al conflitto arabo-palestinese: è bene tener presente che l'attuale Stato di Israele non coincide con tutto l'ebraismo contemporaneo, dal momento che la maggior parte degli ebrei vive fuori dallo stesso e deplora la violenza con la quale si sta affrontando la situazione.

Chi è l'ebreo

L'appartenere a questo popolo precede il riconoscersi all'interno di un gruppo etnico riferito ad un particolare territorio. La tradizione rabbinica sostiene che è ebreo chi nasce da madre ebrea; è possibile convertirsi all'ebraismo ma il modo più normale per appartenere al popolo ebraico è nascere in una famiglia di ebrei, in particolare in una famiglia dove la madre è ebrea. Questo può essere spiegato sia in senso sociologico che in senso religioso-teologico. 

La prima spiegazione riguarda certezza della maternità. La prima persona che stabilisce un rapporto con il nascituro è la madre, la testimonianza di fede e la trasmissione della tradizione inizia già nei nove mesi di gravidanza e visto che essere ebrei vuol dire riconoscersi all'interno di un gruppo che vive in un certo modo, il rapporto che si stabilisce nel seno materno viene riconosciuto come significativo. Se a questo si aggiunge poi, che la madre è la prima che si occupa del nascituro, si spiega come sia la donna che principalmente trasmette l'appartenenza al popolo. 

Dal punto di vista religioso, l'ebraismo non conosce magistero, anzi si è sempre caratterizzato per una multiformità nel modo di concepire Dio e il rapporto Dio-uomo, che ha costituito nei secoli una ricchezza e nello stesso tempo ha creato delle grandi difficoltà definitorie per la molteplicità delle linee rabbiniche. 

L'unico dogma per l'ebreo è il fatto che Dio abbia parlato ma su cosa abbia detto si continua a discutere perchè la Parola rivelata che sta all'origine dell'identità ebraica è una Parola dai molteplici sensi. I rabbini amano definirli attraverso il numero 71, come 70 + 1 (il 70 indica nella tradizione biblica un numero infinito, 71 significa che ciascuna persona, ebreo o non ebreo che sia, venendo a contatto con la Parola rivelata e con la tradizione biblica può svelare un ulteriore senso di tale Parola). Nell'ebraismo c'è la massima libertà di pensiero e la massima libertà interpretativa riguardo alla Scrittura, ci sono però degli argini, dei grossi binari sui quali ebrei osservanti e meno camminano, e che sono quella sorta di prassi codificata che ha nei secoli distinto il modo di vivere degli ebrei rispetto a quello degli altri popoli. 

L'ebraismo è un fenomeno complesso dove nessun particolare può essere generalizzabile. Possiamo dire che gli ebrei riescono sempre a riconoscersi con un’unità di fondo. I sefarditi sono diversi dagli askenaziti, poi c’è un ebraismo secolarizzato. Uno dei più grandi enigmi è l’identità degli ebrei. 

Molti ebrei sono non credenti, molti non riconoscono lo Stato ebraico ottenuto con le leggi o peggio con la forza.
  1. L'antropologia ebraica è unitaria
  2. Il concetto di tempo e di spazio: in sinagoga si conserva l'unico oggetto sacro dopo la caduta del tempio. La dimensione del tempo è una delle dimensioni fondamentali dell'ebraismo.
  3. Il valore dell’esperienza. L’esperienza viene prima, o perlomeno accompagna la concettualizzazione alla quale si arriva alla fine di un cammino.
  4. Il concetto di elezione
  5. Il proselitismo
  6. L’oggi nello Stato di Israele
Esaminiamoli punto per punto...

1. L'antropologia ebraica è unitaria.
La differenza tra sacro e profano nell'ebraismo è quasi impercettibile. 
La distinzione tra fisico e spirituale (corpo e spirito) nella Bibbia non esiste, contrariamente alla concezione occidentale derivata dalle teorie platoniche fino a Kant. 
L'uomo (nèphesh) per la Bibbia e un'unità inscindibile; la persona è uno spirito incarnato, in questa unità inscindibile il centro vitale è il cuore che viene concepito come la sede dei sentimenti, della ragione e della volontà. Quindi nel cuore stanno razionalità, sentimento e volontà. L'ebreo ragiona, ama e sceglie col cuore. Non c'è separazione di queste tre sfere nell'antropologia ebraica. Ogni gesto umano comunica la realtà che l'ebreo vive. 

Il movimento ondulatorio degli ebrei durante la preghiera ha il significato della comunicazione che avviene con tutta la persona. L'ebreo che prega recita delle formule che normalmente vengono cantilenate, la preghiera parlata o recitata è quasi assente, e il corpo segue il ritmo della cantilena, segue ciò che fa lo spirito. 

Le stesse feste in famiglia non hanno l'austerità della tradizione cristiana. La danza in Israele nasce come gesto di preghiera, solo dopo 1948 diventerà un'espressione artistica, quando con lo Stato di Israele verrà fondata la Compagnia di ballo nazionale. 

Fino al 1948 le danze in Israele e nella diaspora erano danze liturgiche, tanto è vero che le tematiche di fondo sono i temi biblici, i commenti rabbinici e la storia del proprio popolo. Le danze all'epoca del tempio prima, e in diaspora poi, costituivano i momenti di aggregazione durante le feste religiose. All'epoca del tempio durante le feste religiose, chi danzava meglio esprimeva una maggiore religiosità; (le persone più pie si riconoscevano dalla bellezza espressa attraverso il gesto del corpo); in diaspora la cultura ebraica ha incontrato un concetto di danza più legato al senso estetico che a quello religioso per cui le danze pubbliche in diaspora sono rientrate nel privato e si sono conservate soprattutto durante la festa del sabato, ritornando alla luce soltanto con la proclamazione dello Stato di Israele, come segno d'una antropologia unitaria che non separa le diverse sfere umane. In questo sono forti gli agganci con la cultura orientale.

2. Il concetto di tempo e di spazio
La dimensione del tempo è una delle dimensioni fondamentali dell'ebraismo. Alcuni pensatori ebrei contemporanei parlano addirittura di una sacralità del tempo e di una assenza della sacralità dello spazio. Difatti nel corso dell'anno si susseguono le ricorrenze, ognuna ricorda un avvenimento del passato, e insieme, si proietta nel futuro. 

La sinagoga non è un luogo sacro, è una casa di riunione. L'unico luogo sacro per gli ebrei è stato il tempio di Gerusalemme, ora di esso è rimasto il muro occidentale. La torà ancora oggi viene custodita in sinagoga se c'è una comunità che si riunisce e verso il rotolo si ha la stessa attenzione che si ha verso la persona, quando un rotolo (essendo scritto a mano su pergamena) si consuma, viene portato al cimitero e seppellito con le stesse attenzioni che si dedicano alla persona, oppure viene murato in una parte della sinagoga che ha la stessa funzione del cimitero. 

Il rotolo viene custodito in un armadio, in uno spazio separato da una tenda (anticipazione del tabernacolo), la tenda rappresenta la separazione tra sacro e profano. A livello semantico in italiano ci sono due termini santo e sacro, nel senso di separato dal profano, in ebraico sia sacro che santo vengono espressi con il termine qadòsh perchè la distinzione separato-santo non c'è o per lo meno la si evince dal contesto. 

Le lampade accese in sinagoga, indicano la presenza della torà, questo è importante perchè l'uomo, anche non ebreo, entrando deve coprirsi il capo (col significato di riconoscersi creatura di fronte al creatore, sottomissione dell'uomo a Dio). Per la donna questo non è necessario, anche se la donna è soggetta alle purificazioni legate ai suoi ritmi femminili (la purificazione non è da confondersi con l'espiazione dal peccato), la purificazione indica il passaggio dal sacro al profano: chi tocca la torà per leggerla, non la tocca direttamente, usa delle bacchette che distanziano il rotolo da chi legge e proclama la Scrittura; non solo per non sporcarlo ma anche per ricordare che si è di fronte al sacro; la tradizione rabbinica afferma che il rotolo sacro in qualche modo sporca le mani; ci si purifica non perchè si è commesso un peccato, ma perchè si è entrati a contatto con il Mistero. Anche la donna dopo il ciclo mestruale o dopo il parto, l'uomo e la donna dopo l'atto coniugale nel quale hanno sperimentato il mistero divino della trasmissione della vita, hanno bisogno di purificarsi prima di entrare nella profanità, per ricordarsi che la loro esperienza del Mistero non li ha tolti dalla storia. La donna è esonerata dal coprirsi il capo perchè è più vicina al mistero divino. 

In sinagoga ogni sabato si legge un brano della torà, fino alla festa della legge, per poi ricominciare da capo. Viene conservata, abbellita con un manto diversamente colorato e decorato in modo da poter contraddistinguere le diverse festività. Elementi simbolici vengono utilizzati per impreziosirlo: una corona che sottolinea la regalità della parola di Dio. I rimonim (lett. in ebraico, melograno): copri puntali dei bastoni del rotolo, hanno la morfologia del frutto del melograno. Il melograno, simbolo di abbondanza e fertilità (utilizzato come augurio agli sposi) è associato alla torà, perchè la torà è una Parola che non può rimanere ferma, deve crescere nella comunità attraverso il commento e attraverso la vita. La torà è l'insegnamento che continuamente viene interpretato e commentato. Sui rimonim sono posti dei campanellini ornamentali che servono per richiamare l'attenzione dell'assemblea. 

Le feste ebraiche. L'alimentazione all'interno della feste, non solo osserva le regole della kasherut, ma simbolicamente in ogni festa il tipo di cibo aiuta a ricordare, ogni festa per l'ebreo è un memoriale, cioé ricordo che rende presente la salvezza. Il memoriale è una categoria tipicamente biblica che il cristianesimo ha assunto, l'eucarestia cristiana si chiama memoriale, termine che la tradizione cristiana ha riletto in chiave filosofica parlando di transustanziazione, cioè la presenza reale di Cristo nell'eucarestia. Le caratteristiche del memoriale sono il raccontare eventi della salvezza, compiendone i gesti significativi, per diventarne contemporanei. Questi due elementi durante le feste permettono di rivivere ciò che si celebra e questo emerge in modo particolare durante la Pasqua. L'ebreo che celebra l'uscita dall'Egitto non solo la ricorda ma la rivive, è come se lui stesso con Mosè passasse il Mar Rosso. La categoria di memoriale è quella con cui Gesù, nell'ultima cena, ha parlato ai presenti: "fate questo in memoria di me", dove la memoria non corrisponde al semplice ricordo ma è categoria biblica: una memoria che rende presente l'evento. 

La memoria della storia del popolo ebraico si rende presente attraverso le feste, nei gesti che il bambino ed i suoi genitori rivivono in famiglia; sulla tavola ci sono sempre degli oggetti particolari, delle candele e dei cibi, il pane e il vino, ma non solo; (il pane e il vino sono sempre presenti perchè è sul pane e sul vino che si benedice il nome di Dio anche se il pane e il vino nelle feste ebraiche non si consacrano); ogni festa ha un particolare menu perchè il cibo aiuta a rivivere e quindi a ricordare.

Tutte le feste sono a misura di bambino, addirittura la Pasqua inizia con le domande del più piccolo che chiede perchè questa sera è diversa dalle altre sere. Si esprime così il significato della trasmissione, se non c'è una generazione giovane che interpella la generazione adulta, la festa non è celebrata pienamente perchè vuol dire che per il popolo non c'è un futuro. 

Nelle feste ebraiche prevale l'attenzione a non dimenticare e a non far dimenticare, ed anche la confusione, o il poco raccoglimento non hanno alcuna rilevanza. La festa è sempre momento educativo e di insegnamento a vivere quello che si dice nella professione di fede, lo shemà; in Deuteronomio 6,4ss si afferma che non c'è un momento privilegiato per trasmettere la tradizione, ogni momento è quello buono, quando cammini o quando stai seduto, quando ti corichi o quando vai per via ... e quindi cosa c'è di meglio della festa per insegnare?

3. L'esperienza viene prima, o perlomeno accompagna la concettualizzazione alla quale si arriva alla fine di un cammino. 

Il calendario delle feste ebraiche è il primo catechismo per il bambino ebreo che apprende i momenti fondamentali della propria tradizione attraverso la celebrazione delle feste in famiglia. Il momento della concettualizzazione è un punto di arrivo, le feste vengono innanzitutto vissute, e solo successivamente si attua il momento dello studio, prima si vive e poi si concettualizza. 

I genitori sono i due ministri del culto, in quanto capaci di guidare la celebrazione, ma il loro ruolo va oltre la celebrazione della festa, la precede e la supera, perchè è nel quotidiano familiare che si impara a vivere da ebrei. 

L'ebreo che vuole osservare tutti i precetti della torà mangia in un certo modo, prega e studia, ma soprattutto osserva la kasherut (kasher, ciò che è puro per l'alimentazione). 

Le regole alimentari sono ciò che distingue il bambino ebreo. L'alimentazione fa crescere l'uomo, la regola alimentare quindi viene vissuta come la necessità di essere ebrei fin dal più profondo; il nutrimento fin dalle civiltà più antiche è stato vissuto anche come momento sacro; per l'ebreo fin dalle origini, ogni pasto viene considerato un momento sacro, perchè alimentandosi fa memoria dell'essere collaboratore alla creazione di Dio.

Il sabato
Il ciclo settimanale è legato in particolare al sabato (Shabbat) che è la prima festa in assoluto che gli ebrei celebrano già prima di entrare nella Terra promessa, (cfr. Esodo: sulla raccolta della manna, quotidiana tranne il venerdì quando dovrà essere raccolta in quantità doppia; insegna agli ebrei a vivere il sabato prima ancora di avere la torà). 

Gli ebrei cominciano a vivere il sabato prima ancora di sapere cosa sia, in sintonia con la logica semitica, dove prima si vive e poi si capisce. E' il primo comandamento osservato che oggi richiama sia il riposo di Dio alla fine della creazione, sia l'uscita dall'Egitto che ha reso possibile l'osservanza di questa festa e delle successive (in epoca di schiavitù il riposo sabbatico non veniva osservato). 

A questa festa è collegata la presenza di Dio fra il popolo: la shekinàh. Shekinàh è un nome femminile, ed è simboleggiata dalla luce come presenza di Dio, che accompagna il popolo anche quando va in esilio e diventa particolarmente percepibile quando l'uomo interrompe le sue attività settimanali profane e si dedica alla santificazione del nome di Dio nel giorno del suo riposo. Ancora oggi nella lingua ebraica moderna l'unico giorno della settimana che ha un nome è lo shabbàt, gli altri giorni vengono numerati 1°, 2°... giorno fino al 6°, perchè solo di sabato l'uomo fa un'esperienza del Mistero particolare, addirittura si dice che Dio dà all'uomo un'anima addizionale per vivere meglio il sabato, consegnata il venerdì sera, rimane con l’uomo fino al sabato sera. 

Il sabato come ogni festa inizia la vigilia, anche questa è una tradizione che viene dalla Bibbia perchè Dio creando i giorni, scandisce tali giorni dicendo "e fu sera e fu mattina", quindi il giorno biblico comincia la sera, (anticamente quando compariva la prima stella) questa è la ragione per cui le feste ebraiche iniziano dal tramonto e anche il cristianesimo ha potuto pensare al culto prefestivo. 

Le traduzioni italiane del libro dell'Esodo laddove la torà viene data al popolo non ci permettono di cogliere il modo particolare in cui il popolo la riceve e l'accoglie. In Esodo 24,7 è narrata la conclusione dell'Alleanza tra Dio e il popolo di Israele dopo l'uscita dall'Egitto; nel momento solenne di conclusione di questo patto, anche da parte del popolo, il testo biblico letteralmente ci propone una frase poco comprensibile: "tutto ciò che il Signore ha rivelato noi lo faremo e lo ascolteremo", (la vecchia traduzione Cei suonava: “lo faremo e lo eseguiremo”, traduce due volte il verbo fare perchè in italiano fare ed ascoltare suona male). In ebraico invece il senso è molto preciso, il fare prima dell'ascoltare significa che l'insegnamento, che viene da Dio, il popolo deve innanzitutto viverlo, quindi la risposta all'esperienza di liberazione deve essere un fare. Dio non può che volere il bene per il suo popolo, quindi il precetto va innanzitutto vissuto ma proprio perchè l'uomo è fatto anche di razionalità eseguendo il precetto lo ascolta, e nell'esecuzione del precetto Dio ne rivela il significato. Ecco che allora la nuova traduzione CEI recita: “Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto”, cioè facendo capiremo ciò che Dio ci chiede. Quindi l'esperienza viene prima, o perlomeno accompagna la concettualizzazione alla quale si arriva alla fine di un cammino.

4. Il concetto di elezione: il particolare compito degli ebrei fra le nazioni e l’importanza di distinguersi dai non ebrei. 

Se vogliamo parlare di ebraismo dobbiamo riferirci a questi tre elementi torà, popolo e terra che nella coscienza ebraica sono strettamente uniti. Questo particolarismo che distingue gli ebrei dagli altri popoli, non viene vissuto come qualcosa da imporre ma semplicemente da testimoniare.

Per elezione del popolo ebraico si intende il compito (cap. 19 Esodo), la testimonianza di fronte alle genti, nel Deuteronomio (Israele è il più piccolo di tutti i popoli) questo concetto viene espresso molto chiaramente. L'elezione del popolo di Israele però è vista in una prospettiva universale (Genesi 12,1-4: Abramo, saranno benedette in te tutte le famiglie della terra), perchè l'alleanza che Dio stringe con il popolo di Israele non è solo per Israele, ma perchè Israele la testimoni in una prospettiva universale.

La kasherut. Nella legge ebraica c'è una distinzione tra gli animali che possono essere mangiati e quelli che non possono essere mangiati. 

Anche la macellazione ha le sue regole ed è chiamata macellazione rituale; essa consiste nel taglio della trachea e dell'esofago con un coltello affilatissimo che consente un dissanguamento rapido; perchè l'animale destinato all'alimentazione non deve soffrire. Le carni prima di essere cucinate devono essere sottoposte ad un complesso procedimento che elimina ogni parte visibile di sangue dalla carne che viene consumata. 

In alcune norme alimentari quali il divieto di mangiare carne di maiale o molluschi di mare, c'è sicuramente, una ragione di sicurezza igienica, però l'ebreo le vive al di là di queste motivazioni che si giustificano per il contesto nomadico in cui nasce la storia di questo popolo; semplicemente agisce così perchè glielo chiede Dio che l'ha liberato dall'Egitto. Ancor più difficile diventa capire perchè l'ebreo non può nello stesso pasto mangiare latticini e carne ("non cuocerai il capretto nel latte di sua madre" questo serve a ricordare che il latte del capretto serve per alimentare i piccoli, è un precetto che richiama al rispetto per il regno animale), ma rispettare la norma è importante perchè essa è ciò che ancora oggi consente di distinguere l'ebreo dal non ebreo. Quindi se da una parte nell'ebraismo c'è stata la ricerca di una motivazione non religiosa alla base di queste norme, dall'altra c'è anche chi dice che quest'ultima è poco importante. 

La circoncisione. Dal punto di vista religioso la circoncisione risale ad Abramo (Genesi 17), però storicamente pare che in molte culture sia stato un rito di passaggio e che l'ebraismo ha anticipato invece nei primi otto giorni dalla nascita, salvo motivi di salute. L'ebraismo l'ha assunta come pratica sistematica al suo interno nelle prime esperienze di diaspora probabilmente durante il primo esilio Assiro o Babilonese perchè questo aiutava l'ebreo a distinguersi dai non ebrei (Genesi 17 risale ai tempi dell'esilio in Babilonia, siamo nel VI sec. a.C.). La spiegazione che danno i rabbini è la seguente: mentre c'è un'alleanza universale tra Dio e gli uomini in Noè, e questo fa già parte dell'orizzonte universale ebraico, in questa alleanza universale c'è un'alleanza particolare che è quella tra Dio e il popolo ebraico passante per Abramo della quale è bene porre anche un segno non naturale. L'alleanza fra Dio e Noè ha il segno naturale dell'arcobaleno che compare dopo il diluvio, l'alleanza tra Dio e gli ebrei ha questo segno innaturale che viene posto per sottolineare l'elezione, il particolare compito degli ebrei fra gli altri popoli. Con la circoncisione cioé il taglio del prepuzio, il bambino ebreo a otto giorni entra a far parte del patto di Abramo.

5. Il proselitismo
Fondamentalmente l'ebraismo non ama il proselitismo, perchè ebrei si nasce, e questo è un dato oggettivo indipendentemente dall'essere osservanti. C'è anche chi chiede di poter diventare ebreo e questo è sempre stato possibile ed anche oggi è possibile, a condizione che segua un cammino di conversione. Ma la preoccupazione fondamentale dell'ebreo non è far diventare tutti ebrei quanto di testimoniare la propria elezione di fronte ai popoli, perchè all'unica meta di salvezza si può arrivare anche da strade diverse. In periodi piuttosto particolari (quando il popolo ebraico ha temuto di non riuscire a sopravvivere), il proselitismo c'è stato perché il popolo ebraico ha ritenuto importante vivere anche questa dimensione che è sempre stata oggetto di grandi discussioni fra i maestri. Nell'ebraismo non c'è mai una linea che si impone in senso assoluto.

6. Rispetto al conflitto israeliano-palestinese non esiste un'unanime veduta da parte del popolo ebraico, c'è chi vorrebbe ancor più violenza e chi non la vorrebbe affatto. Qualche rabbino si dissocia dalle azioni di violenza contro i palestinesi, ricordando che la torà insegna ad amare lo straniero nel ricordo della schiavitù d'Egitto. Qualcuno dice che la terra facendo parte delle promesse di Dio viene prima di qualsiasi altra cosa, ed allora si usa la forza, altri invece sostengono che il fine non può giustificare i mezzi perchè anche gli ebrei sono stati schiavi in Egitto. E se a volte in Israele alcune tensioni si sono allentate è perchè hanno fatto pressione gli ebrei della diaspora legati ad Israele anche sotto l'aspetto economico.
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Per approfondire:
M. Buber, La passione credente dell’ebreo, Morcelliana, 2007D. Ben Gurion, Il Sionismo, ed. Luni, 2000
A. J. Heschel, Il sabato. Il rapporto tra Dio e l’uomo in un classico della spiritualità contemporanea, Garzanti, 1999
M. Impagliazzo (cur.), La fede di Israele. Come un piccolo popolo è diventato un crocevia per l’umanità, ed. Leonardo international, 2008
A. B. Yehoshua, Ebreo, israeliano, sionista: concetti da precisare, ed. e/o, 1996
A. B. Yehoshua, Il labirinto dell’identità. Scritti politici, Einaudi, 2009
M. Ovadia, Il popolo dell’esilio, Editori riuniti, 2011