AN ANTHOLOGY OF THOUGHT & EMOTION... Un'antologia di pensieri & emozioni

Sunday, 26 February 2017

UN'INTERVISTA CON ANTONIO MANZINI

Dice cose che sento anch'io...

“La nostra generazione ha fallito. Lasciamo ai giovani un’Italia schifosa”

Il suo Rocco Schiavone spopola sulla Rai, ma un tempo era lui a recitare nelle fiction
di GIULIA ZONCA a Roma
(La Stampa, 26/11/2016)


Le fiction hanno cambiato la vita di Antonio Manzini, lo scrittore che ha inventato il burbero e fascinoso Rocco Schiavone, oggi anche popolare personaggio della nostra tv impersonato da Marco Giallini su Raidue. Ma non è il successo di questa serie che ha determinato la svolta, piuttosto la «fuffa», definizione d’autore, di molte altre che Manzini ha interpretato nel suo passato da attore. Molto prima che Rocco diventasse il titolo del momento.

Prima di scrivere recitava. Perché ha smesso?

«È un’esperienza esaurita, anni fa mi portava stimoli, poi è diventato un mestiere squallido, di poco concetto».

Colpa dei lavori in tv?

«Anche, sì. Troppe schifezze, troppo difficile evitarle. Però c’era anche il teatro che mi esaltava: i lavori con Mario Missiroli, persino una regia di Andrea Camilleri o il buon cinema, come Non è giusto di Antonietta De Lillo. Per fortuna ho titoli di cui andare fiero».

E di cui non andare fiero?

«L’elenco è lungo. Basta pescare nella lista. Ma non è solo colpa della brutta televisione se ho cambiato mestiere, è stato un corto circuito e anche Roma ha dato una mano».

L’ha fatta scappare?

«Già, per fare l’attore dovevo stare lì, da scrittore posso vivere ovunque. Roma è diventata una città sporca, aggressiva, cattiva, cara: non ha più nulla di una capitale europea. È alla fine di un’epoca. In più, mi costringeva a frequentare le cosiddette “persone dell’ambiente” che non voglio proprio vedere».

Tipo quelle che circolano nella «Grande bellezza»?

«No, nel film di Paolo Sorrentino non ho trovato la Roma che vedo io: da tempo non è più un salotto radical chic, è una cloaca».

E in provincia tutto è più bello?

«Sto sempre in Italia, un Paese che ha perso l’etica e ragiona con il codice a barre, ma almeno la vista dalla mia finestra al mattino è fantastica. La provincia non è il paradiso, tanto meno quella di Viterbo (abita a Soriano nel Cimino, ndr), è solo un posto dove l’anima sta più serena».

L’anima di Rocco invece si agita ancora di più lontano da Roma.

«Lui infatti non pensa al futuro. È difficile, cupo, con poche speranze».

Però piace.

«Viene accettato simpaticamente, nessuno vorrebbe essere lui».

Nella fiction Rai ritrova il Rocco che ha creato?


«Sì, attori perfetti, ottima regia. L’essenza del personaggio è rispettata».

Difetti?

«I tagli un po’ rustici. Secondo me mancano situazioni chiave come il sottosegretario che spedisce Rocco ad Aosta, un personaggio schifoso che riflette un pezzo del nostro Paese».

Tolto per censura?

«No, nessuna censura, sono rimaste le canne, le parolacce... Tolto per questioni di tempo, ma per me comunque essenziale».

Se l’Italia la infastidisce così tanto perché non va all’estero?

«Lavoro con la parola, mi sarebbe difficile farlo altrove e poi perché la mia generazione ha fallito: ha ridotto questa povera nazione a un cesso, il minimo che possiamo fare è dare una mano ai più giovani per evitare che scappino. E ovviamente capisco chi lo fa, è un Paese di vecchi e per vecchi».

Per questo ha scritto «Orfani Bianchi», romanzo su una badante moldava?

«Il libro ha avuto tre anni di gestazione, è una storia intima che riflette un problema sociale. Stavolta l’Italia si vede attraverso l’esperienza di chi lascia il proprio figlio per curare anziani altrui».

Le nuove generazioni sono meglio?

«Certo, è già in atto una rivoluzione. A loro serve del tempo e della forza ma sanno che c’è un problema ambientale che noi abbiamo ignorato, se ne fregano della carriera a cui noi abbiamo sacrificato tutto, si chiedono se sia morale entrare in un fast food, si fanno domande. E hanno passione».

Dove l’ha vista, la passione?

«La incrocio spesso. Per esempio sono stato a vedere Palazzo Ducale, a Sassuolo, accompagnato da un preparatissimo ventenne che mi ha fatto scoprire un mondo. Probabilmente lo pagano con due buoni della spesa. Ci vorrà tempo perché la gente così trovi spazio, abbiamo lasciato loro il peggio».

Quando parla così sembra molto Rocco, caustico e definitivo.

«No, io la speranza ce l’ho, solo che tutte le mie paure si sono avverate. Ci siamo ridotti al tifo, al muro contro muro e non puoi scegliere cosa votare al referendum senza essere accusato di stare dalla parte di gente con cui non vorresti essere contato mai. Zero dialogo, solo urla. Bel disastro la politica urlata».

Lei ha scritto anche «Sull’orlo del precipizio», un pamphlet ironico sull’editoria. Come vede la scissione del Salone del libro?

«Torino si era un po’ rovinata con le sue mani, ma la fiera di Rho, che è ben diverso da Milano, mi sembra l’ennesima occasione persa: si potevano unire le città e fare di Milano una sorta di fiera di Francoforte, potente, europea e di Torino un salotto per i lettori. Con un progetto comune. Ma forse ci voleva il Nobel per studiare alternative valide».

A proposito, le canzoni di Bob Dylan sono letteratura?

«È un premio politico e quindi agisce di conseguenza. A Philip Roth non lo daranno mai, ma avrei preferito. Comunque io amo la musica di Dylan anche se detesto il personaggio. Guardatevi su Youtube il backstage di “Usa for Africa[vedi sotto] e indovinate chi è l’unico che sta per i fatti suoi? Un antisociale».

Come Rocco?

«Vivere con Rocco è già difficile, con Bob Dylan mi sa che è peggio. Entrambi di certo non si sopportano». 





Saturday, 18 February 2017

LE RAGIONI DELL'ODIO

Le ragioni dell’odio portano sempre dritte a una qualche forma di verità…

Sto iniziando a leggere questo (non) romanzo di Marco Triana, inviatomi da recensire: promette bene... Innanzi tutto ha un'epigrafe di Thomas Bernhard, e questo mi fa subito godere e pensare che questo grande autore comparirà spesso nel testo

Invece di suicidarsi le persone vanno a lavorare.
T. B., Correzione
...poi mi riporta ai ricordi di gioventù, tra Firenze e soprattutto Grosseto. Infine, la narrazione si svolge in prima persona, e la cosa mi prende e coinvolge.

Bene, ecco dall'editore la
Sinossi:
Un viaggio in treno dalla Maremma a Firenze, l’odiata città natale dove il protagonista ritorna per assistere al funerale del cugino suicida, prende la forma di un monologo dai toni sferzanti, sarcastici e a tratti disperati, e diventa correlativo oggettivo di un’esistenza votata all’alienazione, a un rancoroso isolamento, alla rabbiosa ma lucida denuncia dei perversi ingranaggi della società e dell’assurdità della condizione umana. Il lettore viene trascinato quasi a forza in un desolante paesaggio interiore, popolato dai fantasmi di un passato che, per quanto lontano e ormai rinnegato, sembra destinato a non svanire mai e a tornare ad assillare ancora e ancora la mente di Bruno. In questa tundra stretta nella morsa della disperazione, in questa implacabile approssimazione alla follia e al nulla, l’amore fa una fugace, per quanto folgorante apparizione: ma di quell’aurora boreale non resta ormai che un pallido sole di mezzanotte.

...poi, uno stralcio dell'incipit:

Scendere da Firenze a Grosseto è un percorso naturale, nel senso che ricalca in qualche modo il tragitto che ogni uomo è chiamato a compiere, anzi meglio: è costretto a compiere, rettificai, nel corso della propria esistenza. Non a caso, parcheggiando l’auto, questo pensiero si presentò alla mia mente in questa forma, attraverso il verbo “scendere”. Quello da Firenze a Grosseto è un percorso discendente, e certo non perché da nord a sud, ma perché degrada dal verde del Chianti fino al marrone e al giallo bruciato della Maremma, attraverso il grigio delle Crete Senesi che, in questa metafora di facile lettura, rappresenta l’inevitabile indurimento dell’età adulta, la glaciale rivelazione della caducità del tutto che apre le porte al paesaggio pianeggiante e paludoso della Maremma, dominato dallo spettrale pino marittimo, dalla stentata ginestra, da rocce scure e, d’estate, dal grano disfatto dal sole – disfecemi Maremma, sospirai. Il tragitto inverso, da Grosseto verso Firenze, pensai mentre tornavo indietro fino alla macchina per assicurarmi di averla chiusa a chiave, prima di raggiungere la biglietteria della stazione, è un percorso del tutto innaturale, faticoso e insensato,
che lì per lì mi fece pensare alla risalita dei salmoni che precede il biasimevole atto della procreazione, il quale – meravigliosa dimostrazione della lucida spietatezza della natura – precede a sua volta, non a caso, l’annientamento del salmone stesso per azione degli artigli dell’orso. In quel momento, mentre verificavo senza stupore d’aver effettivamente chiuso l’auto una manciata di secondi prima, mi risuonarono nella mente le note dell’Adagio di Albinoni, che suggerisce appunto, con quella lenta ripresa degli archi, tutta la fatica della natura nel rinnovare il suo corso millenario, senza sapere perché e stupendosi ogni volta dell’insensatezza di quell’eterno ricominciare, la sua profonda stanchezza e la straziante dolcezza di cui non riesce a disfarsi. Questo sentimento, mi fu subito chiaro, aveva a che fare col percorso del tutto innaturale che mi apprestavo a compiere, poiché quel giorno mi sarei dovuto recare a Firenze da Grosseto, e questo percorso, ribadii a me stesso, era un percorso del tutto contro natura. A renderlo ancor più innaturale era il fatto che mi trovassi a compierlo in ottobre, vale a dire in autunno e cioè in piena fase decrescente, il che avrebbe conferito
un ulteriore significato al percorso inverso, da Firenze a Grosseto, mentre io in modo del tutto innaturale e quasi offensivo mi trovavo a dover risalire, attraverso le Crete Senesi e poi il Chianti, dalla Maremma fino a Firenze. Mi consolava l’idea che quel tragitto l’avrei percorso in treno, il che, pensavo, mi avrebbe indotto una sensazione di passività, e quindi di minor adesione all’oscenità del
percorso stesso. Ma la scelta del treno era dettata anche da una ragione, per così dire, d’ordine pratico, in quanto non dovermi concentrare sulla guida, avevo pensato quella mattina raggiungendo Grosseto in auto da Castiglione della Pescaia, ma forse, a pensarci bene, già la sera prima, mi avrebbe permesso di prestare maggiore attenzione alla figura di mio cugino, sebbene già mentre percorrevo in auto i venti chilometri che separano la mia casa – la mia vera e unica casa di Valle delle Cannucce, nel Comune di Castiglione della Pescaia – da Grosseto avessi iniziato a sforzarmi di pensare a mio cugino, che era la ragione di quel viaggio assurdo a cui mi apprestavo. Assurdo il viaggio, non certo il mezzo. Anche se in molti sarebbero in disaccordo con questa affermazione. Molti riterrebbero assurdo prendere un regionale lento e maleodorante, che sosta in ogni stazioncina di ogni sperduto paesello, impiegando il doppio del tempo che avrei impiegato con l’auto. Molti non riescono a capire il concetto del tempo per sé, inteso sia come tempo per i propri pensieri che come tempo in sé, essendo per costoro il tempo, come ogni altra cosa del resto, nient’altro che una misura, qualcosa da riempire o al massimo da accorciare, laddove non sia utile riempirlo, qualcosa in definitiva da consumare, pensai, la misura appunto, ribadii, del loro niente. La sola obiezione che costoro comprendono è quella relativa al costo, obiezione che in questo caso non ha senso muovere, poiché la mia è un’auto a metano e il costo del viaggio sarebbe stato all’incirca lo stesso, in treno o in macchina. E anche il fatto di guidare un’auto a metano è visto perlopiù come un risparmio, pensai, non certo come un atto di benevolenza verso la natura o verso i propri simili o presunti tali, tant’è che ogni sorta di impedimento o di dissuasione dell’uso dei mezzi a metano è tollerata e anzi considerata del tutto normale, se non addirittura ovvia, e nessuno si stupisce che un guidatore che abbia scelto, qualunque sia la ragione di questa scelta, l’auto a metano sia costretto a girare e nella totalità dei casi a perdersi lungo anonime arterie di orribili periferie per affermare il suo diritto di guidare un’auto a metano e il suo proposito di non accanirsi ulteriormente sull’atmosfera terrestre; proposito che appunto, lungi dall’essere incoraggiato, viene dissuaso, quando non deriso, a beneficio di petrolieri senza scrupoli che tengono in scacco milioni di individui e da questi stessi individui sono poi additati
come modelli, e spesso addirittura venerati e portati, come si suol dire, in palmo di mano, secondo un bizzarro meccanismo riconducibile alla sindrome di Stoccolma. Sempre sorridono i petrolieri davanti ai microfoni, pensai, mentre parlano delle loro regate, delle loro squadre di calcio, delle iniziative benefiche che patrocinano, senza che a nessuno degli addetti a sostenere i microfoni venga in mente di domandare loro da dove provengano i soldi che hanno speso per le loro barche o per gli stipendi
dei calciatori o per le iniziative benefiche da loro lautamente e generosamente finanziate, sulle spalle di chi questi patrimoni mostruosi siano stati accumulati e a danno di quali ecosistemi, lasciando passare così sottotraccia un senso di complicità scandalosamente mal retribuita da parte dell’intera Nazione, pensai. Nessuno che domandi a questi petrolieri, a questi trafficanti autorizzati di morte
perché mai i loro ingegneri – categoria più d’ogni altra ottusa e disgustosa – e operai specializzati siano costretti a vivere in bunker militarizzati nelle zone più remote e più povere del pianeta, perché mai debbano circolare ovunque sotto scorta. A questo stavo pensando mentre, come ogni volta, mi perdevo nella terribile periferia di Grosseto, alla ricerca dell’unico distributore a metano, naturalmente nascosto tra i baluardi di cemento armato della città, quasi vergognoso, tenendo d’occhio l’orologio per timore di perdere la coincidenza – mai termine fu più azzeccato e adatto alle ferrovie italiane – col treno. Ugualmente riuscii a raggiungere la stazione per tempo, e anzi ebbi modo anche di bermi un caffè al bar, di girarmi e fumarmi una sigaretta, prima di prendere posto sul vagone deserto, come immaginavo e come puntualmente si verificò, del treno che di lì a qualche minuto sarebbe partito e nell’arco di tre ore e mezzo – mezz’ora di irragionevole sosta a Siena – mi avrebbe portato a Firenze. Allora potei rilassarmi e, estratti dalla tasca il taccuino nero e la biro per ogni evenienza, riprendere il filo dei miei pensieri, cercando di concentrarli su Michele, mio cugino, al cui funerale mi sarei recato l’indomani mattina. Mio cugino Michele, che non vedevo da circa dieci anni, come d’altronde da molti anni quasi nessuno dei membri della cosiddetta famiglia aveva rapporti con lui, né io con loro o con molti di loro, si era tolto la vita nel corso della settimana precedente il mio viaggio. Il suo cadavere, impiccato a un albero, era stato rinvenuto sul greto dell’Arno, presso l’Argingrosso, non lontano dalla sua casa nel quartiere dell’Isolotto, e per diversi giorni era stato affidato alle solerti cure della medicina forense. Come da prassi un magistrato ne aveva disposto l’autopsia, al fine di accertare le cause, pur evidenti, del decesso. Appena mia sorella mi comunicò la notizia, notizia che non mi sorprese minimamente, se non per il fatto di non averla ricevuta anni addietro, non potei non pensare che mio cugino si era tolto la vita nel corso del suo cinquantunesimo anno di età, avendo compiuto gli anni, se non ricordavo male, in maggio, esattamente come Wertheimer, il soccombente di Bernhard, che proprio la sera in cui fui raggiunto dalla notizia ripresi in mano e sfogliai per un paio d’ore. Ma le analogie con Wertheimer non finivano
lì. Michele, mio cugino, pensai, era a tutti gli effetti un soccombente, tanto che appunto non mi ero
minimamente meravigliato del fatto che avesse deciso di annientarsi con le proprie mani, e lo era sempre stato, di questo ero convinto, in un modo del tutto consapevole e in questo suo soccombere aveva proceduto con una determinazione assoluta, non priva di metodo, il che, proprio nel momento in cui il regionale, sbuffando, iniziava la sua lenta marcia di risalita verso la mia città natale, che
non è mai stata mia, mi fece appunto pensare che tutta la sua vita, che non si poteva non leggere come un processo discendente, era stata segnata da una profonda consapevolezza. Michele non aveva lasciato niente al caso, aveva tracciato negli anni il proprio percorso con il preciso intento di annientarsi giorno per giorno, finché l’annientamento fisico della propria persona, a un tratto, gli si era presentato come inevitabile e non più procrastinabile. Sono assolutamente convinto che mio cugino abbia provato una sorta di intima felicità al momento di impiccarsi, scrissi sul taccuino. Poi cancellai quell’“assolutamente” e aggiunsi: o, perlomeno, un senso profondo di liberazione che può essere assimilato alla gioia. Ogni azione nel corso della sua vita, perlomeno della sua vita di adulto, poteva essere legittimamente letta come un chiudersi una porta dietro l’altra, come si suol dire, finché l’unica porta rimasta aperta non fu quella della stanza in cui si sarebbe impiccato, pensai, pur sapendo che si era impiccato all’aperto sull’argine dell’Arno prospiciente le Cascine, vale a dire il più vicino a casa sua, il più naturale. Questa parola, “naturale”, riecheggiò nella mia mente, sovrastando lo stridore delle rotaie, che nei treni regionali, a differenza degli altri, è sempre ben percepibile e, in qualche modo, crea con il tempo un sottofondo ipnotico ai pensieri, un letto, per così dire, che ne determina la direzione, come un fiume. Era perfettamente naturale che Michele si fosse suicidato, pensai, dal momento che il suo suicidio era cominciato parecchi anni addietro. Michele era probabilmente il più intelligente dei suoi fratelli. Michele era stato senza dubbio un ragazzo intelligente. Per quel che ricordo già nell’infanzia aveva dimostrato di essere assai più intelligente sia del fratello maggiore che del minore. La sua era stata, ricordai, un’intelligenza precoce improntata alla beffa e alla cattiveria. Approfittando di un vantaggio di ben sei anni, da bambino era solito circuirmi con scherzi crudeli e incredibilmente articolati.
[...]



Il libro è disponibile nelle librerie dal 6 febbraio 2017, edito da Gilgamesh Edizioni, collana Anunnaki (Narrativa), pp. 160, prezzo € 12,00,  ISBN:978-88-6867-195-2.







Marco Triana è nato a Firenze nel 1979. Con uno pseudonimo ha pubblicato le raccolte di racconti La vuelta al perroe, Gli esseri comunicanti. Nilhotel è il suo primo (non) romanzo.

Saturday, 11 February 2017

WILLING MURDERERS

Oil by Samuel Bak
The “Willing Executioners”/ “Ordinary Men” Debate 


On April 8th, 1996, the United States Holocaust Research Institute hosted an evening of dialogue to examine the issues raised by Daniel Goldhagen’s deliberately provocative book, Hitler’s Willing Executioners: Ordinary Germans and the Holocaust, in which the author seeks to challenge the canons of Holocaust scholarship and to directly confront its acknowledged masters. 

Assembled were seven distinguished and acclaimed scholars in the field of Holocaust studies from diverse disciplines and perspectives. They do not always agree with each other nor were they bidden to agree with Professor Goldhagen. 

But they were men of distinction, who have devoted their career to this material, who have read the same records, examined the same documents, pondered the same questions, and confronted the same darkness. 

We are proud that two of the seven, Konrad Kweit and Christopher Browning, are J.B. and Maurice C. Shapiro Senior Scholars-in-Residence at the Research Institute. By their work and their presence they enhance the scholarly qualities of our programs—and their presentations on that evening were only one such example. We are equally honored that two other participants, Lawrence Langer and Yehuda Bauer, have accepted the nomination of the Academic Committee of the United States Holocaust Memorial Council and will serve as Shapiro Senior Scholar-in-Residence for the fall of 1996 and the spring of 1998 respectively. We are proud of their accomplishment as scholars and of their willingness to spend extended time at the Research Institute. Professor Richard Breitman is the fiercely independent editor of the journal Holocaust and Genocide Studies, which we proudly publish. Dr Hans-Heinrich Wilhelm was our guest; I trust that he too shall become a friend. 

The discussion was intense, at times even harsh and bitter. We were surprised by its vehemence, and at occasional breaches of civility. We have received requests again and again for this material. This “occasional paper” is an immediate way to respond to those requests. 

It was tempting to try to include all of the insightful and highly motivated presentations, rebuttals, panel moderator comments, and exchanges with the audience that took place during this four-hour-long seminar. But that has proven impractical within the “occasional paper” format. Accordingly, and with absolutely no slight intended toward those whose observations are not included here, we decided to limit the following published comments to the main addresses presented by those three of its principals, Daniel Goldhagen, Christopher Browning and Leon Wieseltier, whose remarks have been most requested both by attendees and by those who were not able to attend. 

Truth be told, our decision to sponsor this conference has met with some controversy within the scholarly community and the Museum family. So be it. Important events should spur controversy—not controversy for its own sake, but to use a rabbinic dictum, machloket le’shem shamaim, controversy for the sake of heaven, for the sake of truth. 

The Talmud tells us that in a debate for the sake of heaven, both sides are sustained. The reference is deliberate, for what we engaged in that night is commentary on the Testament from that world to our world. 

After reading Hitler’s Willing Executioners, we understood both what it attempted to prove and the importance of its provocative argument. We also knew immediately who as well as what Professor Goldhagen was seeking to confront and felt that the true estimation of his contribution should not be made by amateurs, but by professionals who have weighed the same evidence, and who read footnotes and not only the body of the text—scholars who set out on the same journey. 

Three generations of scholars from three continents made presentations.

Senior men, yet young and vital, who have reached almost three score and ten and whose scholarly careers are marked by significant accomplishments. These men lived through the Holocaust as adolescents. Their efforts were pioneering and for many years they worked in an intellectual wilderness. We heard from distinguished scholars in mid-career, born after the Holocaust and who came to intellectual maturity often before the Holocaust had entered the mainstream of American scholarly thought and whose choice to study this Event was, at the time, bold and risky. Would they have students to teach? Would anyone be interested in reading their publications? And we examined the work of a young scholar beginning his career, whose Ph.D. dissertation and first major publication seeks to overturn a field. 

The Research Institute could have waited six months or a year to critically examine Professor Goldhagen’s work, but we see it as our task not to respond to responses, but to provide a forum in which a response will be framed, not to comment on intellectual discourse in the field, but to help shape that discourse. We seek to remain on the cutting edge of academic debate. 

We also seek to reverse what has been an unfortunate trend in this field of study. Four decades ago when Professor Raul Hilberg completed his path-breaking study of the Holocaust, The Destruction of the European Jews, he could not find a publisher—and once published, the author was shunned; barred even from the use of the archive and library of another research institute. His name could not be pronounced. He was relegated to footnotes even by scholars who depended on his insights to advance their own. 

When Professor Richard Rubenstein wrote After Auschwitz thirty years ago, he was silenced by his colleagues in a sort of bureaucratic excommunication. When Hannah Arendt and Bruno Bettelheim raised the issue of Jewish leadership and Jewish behavior during the Holocaust, people spoke about them and at them, but not with them and to them. 

The civility and the power of the discourse in this then young field was weakened, not strengthened by the lack of intellectual confrontation and serious engagement. 

Nearly three years ago at the opening conference of the Research Institute, Professor Goldhagen, then an even younger scholar, confronted Professor Browning on his widely and justly praised book Ordinary Men by asking whether Browning could speak of “ordinary men or ordinary Germans.” The intellectual engagement was civil and appropriate, and Professor Browning’s work was strengthened by it— not weakened. Time has passed and now it was Professor Browning who commented on Professor Goldhagen’s completed work—directly, forcefully and civilly. 

Most important, for the purposes of this conference, the question of the perpetrator is indisputably one of the most central to understanding the Holocaust. 

Questions! 

Sometimes the questions are even more important than the answers—tentative or otherwise—that we may offer. Who were the perpetrators? What were their motivations? Did they kill with venom or with reserve and technological precision? What of the psychology of the ordinary German and not just the leaders? What enabled them to perform their task day in and day out? Did German killers perform their task differently, more venomously than Latvians, Lithuanians, Ukrainians, or Dutch policemen and Luxembourgers who joined into the killing process? The discussion included here has shed light on these questions. 

Where not fully answered, the questions are only deepened—and that is a lot. 

What of antisemitism? 

My colleagues Dr Sybil Milton and the Ruth Meltzer Fellow for 1996, Professor Henry Friedlander, have argued that antisemitism was one form of Nazi racism, that any theory of the genocidal process must consider the fact that the Germans sought to kill the mentally retarded and physically handicapped or emotionally disturbed, and indeed that there was a “a final solution to the Gypsy problem” implemented by the Germans. Was antisemitism central to the enterprise of National Socialism? Of course, but how deeply was it embedded into German culture and shared by ordinary Germans? What of its evolution from religious antisemitism and political antisemitism into the racialized form it took under Nazism? Was it one of many core beliefs of National Socialism or the core belief? This, too, is an absolutely central issue to Holocaust scholarship and was open to discussion during the seminar.
Michael Berenbaum, 
Director United States Holocaust Research Institute




CONTENTS FOLLOW:

Contributions by 

     Daniel J. Goldhagen.................... p. 1 

     Christopher R. Browning............ p. 21 

      Leon Wieseltier.......................... p. 39 

About the Contributors.................... p. 45 




About the United States Holocaust Research Institute:
The United States Holocaust Research Institute is the scholarly division of the United States Holocaust Memorial Museum. Founded in December 1993, its mission is to serve as an international resource for the development of research on the Holocaust and related issues, including those of contemporary significance. 

The Institute consists of eight departments—Academic Programs (including Academic Publications), Library, Archive, Photo Archive, Music, and the Benjamin and Vladka Meed Registry of Jewish Holocaust Survivors. It will soon be the home of the Miles Lerman Center for the Study of Jewish Resistance. 

The Institute fosters research in Holocaust and Genocide Studies, broadly defined. Fields of inquiry include, but are not limited to:

—historiography and documentation of the Holocaust; 
—ethics and the Holocaust; 
—comparative genocide studies; and 
—the impact of the Holocaust on contemporary society and culture. 

The Institute welcomes a variety of approaches by scholars in history, political science, philosophy, religion, sociology, literature, psychology, and other disciplines. It especially encourages scholarly work that utilizes the extraordinarily rich archival materials that the Museum has collected in Eastern Europe, Germany, and the former U.S.S.R. The Institute’s collections cover a wide range of subjects pertaining to the Holocaust, its origins, and its aftermath.

Monday, 6 February 2017

L’amore è un fantasma

Ecco un episodio di Montalbano che mi è piaciuto molto, e mi sono riletto diverse volte. Si dice che un libro che non vien riletto è un libro non degno di esser letto: ebbene, qui ce n'è uno che mi ripassa tra le mani spesso e volentieri...

Andrea Camilleri

Una mattina viene trovato nel porto di Vigàta un canotto, all’interno il cadavere sfigurato di un uomo. Anche in questa nuova indagine, tutta marina, «il commissario trionfa, con la sua azione. Ma l’uomo Montalbano è sempre più solo. Prostrato, si piega su se stesso: sulle proprie ferite».
Montalbano è un notturnista. Scava il buio della notte. Vi apre un labirinto di specchi. E si sperde nei meandri, mentre insegue il proprio riflesso: le premonizioni e gli ammonimenti della sua buona e della sua cattiva coscienza. Il contatto cieco con gli incubi costringe Montalbano a stare in allarme, e a tenersi costantemente d’occhio: ora attore, ora spettatore della propria vita; sgomento sempre, per quell’alitargli addosso della notte; per quell’emanazione di morte, che sulla trama della vita incide come astuzia atrocemente giocosa che rovescia le false evidenze della realtà e riporta a dritto ciò che i sogni hanno acceso a rovescio. C’è un di più, in questo romanzo, rispetto agli altri di Montalbano. L’untuosità fanatica del dottor Lattes si fa più assillante; assesta colpi di bontà, che imprevedibilmente esplodono come mine. I fragorosi passi d’entrata e le chicchiriate di Catarella, del trafelato fante degli sfondoni e dei capitomboli linguistici, risuonano ora con più allucinata selvatichezza. Livia è sempre più lontana e irritabile. E con lei, al telefono, Montalbano è costretto a masticare un segreto che gli brucia le labbra. Si è incrinato l’autocontrollo del commissario. Montalbano vive il «dolce error» che fu di Petrarca. Una nuova Laura, «bella donna» anch’essa, come quella del poeta, ma in divisa di ufficiale di marina, lo fa petrarcheggiare: a ricalco, persino nell’«invidia». Se quello di Petrarca fu «giovenile errore», quello di Montalbano è quasi, però, di terza età. Il commissario e il tenente Laura collaborano alla stessa inchiesta che, in un intrigo internazionale, e con concorso di agenti segreti che al Kimberley Process fanno riferimento per il controllo del traffico di diamanti, convoglia, attorno a un cadavere sfigurato e a un passaporto falso, gli equipaggi di uno yacht e di un motoscafo. L’amore è un fantasma. Ma quel fantasma è la verità che manda a fuoco il commissario. E gli suggerisce un azzardo d’azione, alla James Bond. Il commissario trionfa, con la sua azione. Ma l’uomo Montalbano è sempre più solo. Prostrato, si piega su se stesso: sulle proprie ferite.    
(Salvatore Silvano Nigro)

Versione televisiva del romanzo

  • English translation published by Penguin Books:
    THE AGE OF DOUBT 
    (transl. by Stephen Sartarelli, 2008)

Sunday, 5 February 2017

THE POWER TO CONCEIVE

Passion Versus Obsession
by John Hagel (edited)
When I was a little boy, I was obsessed with chemistry.  I had a chemistry lab in my home and I could not wait to retreat to my little lab and conduct the most amazing experiments, exploring all kinds of permutations of chemical mixtures. When I was not in my lab, I was devouring chemistry textbooks.  People said I was passionate about chemistry, but they were wrong – I was obsessed.  I was using chemistry as an escape from a very difficult childhood. It was a survival mechanism, not a means to achieve my full potential.
We are all familiar with cautionary tales of people so consumed by their passions that they lose their social standing, meaningful relationships, and—ultimately—their mind. Their professional and social lives fall apart as obsession grips their every waking hour, crowding everything else out. It’s no wonder people fear passion.
In a previous blog post, I asked the open question, “When does passion become obsession?”, touching upon the possibility of destructive passion – when passion leads to fixation and dysfunction. Having thought about this more, I think I was asking the wrong question.
To say passion becomes obsession is to make a distinction of degree. It implies that obsession is a more passionate form of passion—too much of a good thing. However, I’m now convinced that passion and obsession do not vary in degree, but in kind. In fact, in many ways they are opposite. 
What makes this distinction confusing is that passion and obsession exhibit very similar behaviors.
Both passion and obsession are generated within and manifest in outward action or pursuit, which can provide purpose and direction. Passions and obsessions are powerful motivators to take risks, to make sacrifices and step outside of conventional norms to achieve what we desire. Most importantly, passion and obsession burn within us irrespective of extrinsic encouragement or rewards. This can lead to what traditional institutions perceive to be subversive or rebellious behavior, driving passionate and obsessive people to the edges of organizations and society.
It is on the edge that the crucial distinctions between passion and obsession become clear.
Pulled to the edge versus pushed to the edge
The first significant difference between passion and obsession is the role free will plays in each disposition: passionate people fight their way willingly to the edge to find places where they can pursue their passions more freely, while obsessive people (at best) passively drift there or (at worst) are exiled there.
The degree to which free will plays a role in determining who winds up on the edge,will greatly determine their capacity to succeed in this challenging environment.
Sense of self: Achieving potential versus compensating for inadequacy
Passionate people find edges exciting because they have a rooted sense of self. As I discussed in a previous post, passion inspires creation.
Creators have a strong and meaningful sense of identity—defined not by what they consume (which has little or false expressive potential) but by what they make (total self-expression).
When I say that they have a “rooted sense of self,” however, I don’t mean to imply that their identity is fixed. On the contrary, as creators, passionate people are invested in constant personal, professional and creative growth. They want to develop and diversify their talents in order to keep their creations innovative and their passion dynamic, sustainable and alive.
Through the challenge of creation, and the innovative disposition demanded by the ever-shifting edge, passionate people expand their personal boundaries, helping them to more effectively achieve their potential. In other words: passion gives us the energy and motivation to work hard—and joyfully.
When I consider the drive of passionate creatives, I’m reminded of this observation by Ortega y Gasset:
The most radical division that is possible to make of humanity is that which splits it into two classes of creatures: those who make great demands of themselves, piling up difficulties and duties; and those who demand nothing special of themselves, but for whom to live is to be every moment what they already are; without imposing on themselves any effort toward perfection; mere buoys that float on the waves….The few individuals we have come across who are capable of a spontaneous and joyous effort stand out isolated….These are the select men, the noble ones, the only ones who are active and not merely reactive, for whom life is a perpetual striving.
It requires a passionate person to generate the strength and enthusiasm to apply the effort needed to achieve and create, which requires they “make great demands of themselves.” Whatever the subject of passion and creation, it is the capacity to direct that energy into actions that reinforce personal growth, which makes the passionate people thrive on the edge. 
An obsessive person is what Gasset would call a “buoy on the water.” Obsessives have a very weak sense of identity because they displace their sense of self into the very object of their obsession (this becomes a strange form of self-obsession, which is why obsessive tendencies are frequently associated with narcissism). Obsession, far from the joyful effort and striving inspired by passion, is a strategy of escape. In conflating their identity with an object of fascination, obsessives are not only able to forget their inner-self, they are able to insulate from the challenging world around them.
The obsessive person’s focus is narrow because they are less interested in complex growth than singular direction. Obsessive personalities may be driven to create, but the inner growth needed to be a sustained creator is undermined by their lack of determination to grow as people. As a result, rather than realizing their potential, they are concerned with finding a way to stay focused and compensate for inadequacy.
Breadth of focus: Narrow objects versus broad subjects
It’s not an accident that we speak of an “object of obsession,” but the “subject of passion.” That’s because obsession tends towards highly specific focal points or goals, whereas passion is oriented toward networked, diversified spaces. Objects of obsession are often quite narrow, for example using a specific photo editing tool, developing enhancements to a specific product or developing new art around a specific pop culture character or icon. 
Subjects of passion, on the other hand, are broad, for example involving digital photography, innovating within a broader category of technology or experimenting with a certain genre of pop culture. Given this broader focus, passionate people thrive on knowledge flows to stimulate innovation, achievement and growth. The subjects of passion invite and even demand connections with others who share the passion.
Relationships: Expanding versus contracting 
Because passionate people are driven to create as a way to grow and achieve their potential, they are constantly seeking out others who share their passion in a quest for collaboration, friction and inspiration.  Because they have a strong sense of self, passionate people are well-equipped to form relationships.  They present themselves in ways that invite trust – they have little time for pretense and they are willing to express vulnerability and need in order to receive the help they need in achieving their own potential.  Because they are passionate, they are willing to share their own knowledge and experience when they encounter someone sharing their passion. They are also intensely curious, seeking to understand the other passionate people they encounter in order to better see where and how they can collaborate to get better faster.
In contrast, obsessive people hide behind their objects of obsession.  The objects are what are important, not others or even themselves. As a result, obsessive people are hard to get to know and trust – they share little of themselves and they exhibit minimal interest or curiosity regarding the needs or feelings of others. One of the hallmarks of obsessive people is that they tend to talk endlessly and often repetitively about the same thing, rarely inviting commentary or reaction from others, and ultimately pushing others away with their obsessive rants.
The key difference between passion and obsession is fundamentally social: passion helps build relationships and obsession inhibits them. This becomes a key marker to differentiate between passion and obsession: is the person developing richer and broader relationships or is the person undermining existing relationships and finding it difficult to form new relationships?
A final note: Passion and neurosis
Passion creates options while obsession closes options.  Passion reaches outward while obsession pulls inward. Passion positions us to pursue the opportunities created by the Big Shift while obsession makes us oblivious to the expanding opportunities around us.
I was inspired to expand upon this passion vs. obsession distinction because many people object  to my advocacy of passion by citing examples of great scientists, artists and thinkers who, while certainly passionate, appear to have been reclusive, neurotic and unhappy.
Lionel Trilling does an admirable job of addressing this issue in his essay, “Art and Neurosis.” Crudely put, Trilling argues that all of us have “issues,” and it is only because great men and women are visible to the public that theirs are on display, creating the illusion that they have more than most of us (this, of course, rests on the second myth that there is such a thing as “normal people” without problems).
But far from being inundated with neurosis or “issues,” what sets these great men and women apart is their ability to transform shortcomings into strengths, or compensate for them by excelling in other areas.
Trilling cites a short essay by Charles Lamb, called “The Sanity of True Genius.” Lamb points out that what we call genius or excellence, “manifests itself in the admirable balance of all the faculties,” while unhealthy psychological behavior (in Lamb’s words, “madness”) is characterized by the “disproportionate straining or excess of any one of them.”

Lamb goes on to point out that those who can’t master their inner demons,
do not create, which implies shaping and consistency. Their imaginations are not active -- for to be active is to call something into act and form -- but passive, as men in sick dreams.
Agreeing with this, Trilling concludes,
Of the artist we must say that whatever elements of neurosis he has in common with his fellow mortals, the one part of him that is healthy, by any conceivable definition of health, is that which gives him the power to conceive, to plan, to work, and to bring his work to a conclusion (“Art and Neurosis, ”The Moral Obligation to Be Intelligent, p. 103).
Over the years, as I moved into more supportive environments, my obsession with chemistry dissipated.  I began to discover a passion for technology and business. That passion in turn led me to reach out to others, at first through writing and then through weaving an ever richer network of personal relationships.  It has been a long journey and it is far from over, but it has taught me that obsession confines while passion liberates.
To cultivate passion, to channel its energy into self-determination, inter-personal connections and regenerative curiosity, and finally to find the balance needed to sustain creativity on the edge, is much more than health—it is happiness.